“È ROBA NOSTRA”, LE CONFESSIONI SULLE LUPARE BIANCHE DEL GARGANO: L’OK DI SCIRPOLI A UN OMICIDIO E I CADAVERI DA DISTRUGGERE

Raduano racconta ai pm le confidenze sui delitti Libergolis e Notarangelo. Le battute con il boss di Mattinata sulle colpe da scaricare e i corpi

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Raduano racconta ai pm le confidenze sui delitti Libergolis e Notarangelo. Le battute con il boss di Mattinata sulle colpe da scaricare e i corpi da far sparire.“Volevate far ricadere la colpa su di noi”. È una battuta che Marco Raduano, detto “Pallone”, racconta di aver rivolto a Francesco Scirpoli alias “Il lungo”, esponente del gruppo criminale di Mattinata, parlando di una lupara bianca. Una frase pronunciata, secondo il collaboratore di giustizia, quasi scherzando, ma che nasconde uno scenario inquietante: quello di gruppi mafiosi capaci di sequestrare, interrogare e uccidere un uomo, farne sparire il cadavere e abbandonare l’automobile della vittima nel territorio controllato da un’altra organizzazione, alimentando sospetti e spostando altrove l’attenzione degli investigatori.È uno dei passaggi più significativi dell’interrogatorio reso da Raduano davanti al pubblico ministero della Dda di Bari Ettore Cardinali. Il verbale, acquisito nel maxi fascicolo sulle lupare bianche garganiche e sull’omicidio di Ivan Rosa, contiene una ricostruzione delle confidenze che il boss viestano sostiene di aver ricevuto dagli uomini del gruppo di Mattinata.Ma c’è un altro particolare, forse ancora più macabro. Raduano racconta che Antonio Quitadamo, detto “Baffino”, gli avrebbe spiegato come il gruppo si occupasse dell’occultamento dei cadaveri e perché, a suo dire, seppellirli nelle fosse o gettarli nei pozzi fosse un errore. Un racconto che restituisce la mentalità criminale descritta dal pentito: non soltanto eliminare gli avversari, ma impedire che i loro corpi vengano ritrovati.La lupara bianca di “Faccia di pecora” e la Fiat Punto abbandonata a Vieste
L’interrogatorio si concentra inizialmente sull’omicidio di Francesco Libergolis, soprannominato “Faccia di pecora”, vittima di una lupara bianca riconducibile, secondo la ricostruzione accusatoria, alla guerra tra i gruppi criminali del Gargano.Il magistrato chiede a Raduano chi siano i responsabili. Il collaboratore indica il gruppo di Mattinata e fa i nomi di Matteo Lombardi, Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Francesco Notarangelo, detto “Natale”. Spiega però che le sue conoscenze derivano dalle informazioni ricevute dopo essere entrato in contatto con gli uomini del gruppo che dominava l’area di Manfredonia e Mattinata.“Ho avuto informazioni più dirette da Scirpoli Francesco, da Quitadamo Antonio”, dichiara. Successivamente aggiunge di aver parlato della vicenda anche con La Torre e Lombardi.Il primo elemento che aveva insospettito il gruppo viestano era stato il ritrovamento dell’automobile della vittima, una Fiat Punto, in una località vicina a Vieste.“Ci domandammo come mai questo omicidio… cioè ci sono venuti a mettere questa macchina quasi nel nostro territorio”, racconta Raduano.In quel momento, precisa, faceva ancora parte del gruppo di Vieste. Soltanto successivamente, passando nell’orbita degli uomini di Mattinata, avrebbe ricevuto quelle che considera conferme dei suoi sospetti.L’auto sarebbe stata lasciata nei pressi di Paradiso Selvaggio, in un’area di confine tra i territori frequentati dai due gruppi.Secondo Raduano, l’abbandono del veicolo in territorio viestano avrebbe potuto generare sospetti sugli uomini della sua organizzazione, pur trattandosi di un delitto commesso altrove.La battuta di Scirpoli: “Nascondeteli bene i cadaveri”
È qui che il racconto assume toni quasi surreali. Raduano riferisce di aver affrontato l’argomento con Scirpoli, scherzando sul fatto che gli uomini di Mattinata avessero lasciato l’automobile in territorio viestano per far ricadere su altri le responsabilità dell’omicidio. “Con Scirpoli poi in questa cosa scherzavamo, dice: ‘Volevate far ricadere la colpa su di noi…’, insomma su queste circostanze mi aveva confessato che se ne erano occupati loro dell’omicidio”.Scirpoli, secondo quanto riferito dal pentito, gli avrebbe risposto: “Mo’ mi raccomando, non… nascondeteli bene i cadaveri”.Una battuta che Raduano collega alla capacità del proprio gruppo di far sparire le vittime senza lasciare tracce.Il collaboratore ricorda infatti di aver detto che, quando il suo gruppo compiva operazioni di quel genere, non venivano ritrovati elementi riconducibili ai delitti.Il confronto sarebbe avvenuto dopo la scomparsa di Pasquale Notarangelo, vittima di lupara bianca nel 2016, nipote del boss vietano Angelo Notarangelo detto “Cintaridd” ucciso l’anno prima. Raduano ammette davanti ai magistrati di aver partecipato personalmente a quel delitto.“Perché io ho effettuato… uno stesso crimine del genere”, spiega. Il pubblico ministero gli domanda quale. “Di Notarangelo Pasquale”, risponde.Il pentito racconta inoltre che, proprio discutendo della scomparsa di Notarangelo, aveva parlato con Scirpoli e ottenuto, a suo dire, un assenso preventivo all’eliminazione dell’uomo.“La situazione è insostenibile, vogliamo eliminarlo”: il consenso all’omicidio
Raduano descrive Pasquale Notarangelo come una persona che il suo gruppo riteneva problematica.“Era già un periodo che mettevamo a conoscenza che era un ragazzo problematico, che ci dava problemi”, dichiara.Poi riferisce le parole che sarebbero state rivolte a Scirpoli: “Guarda che la situazione per Notarangelo Pasquale è insostenibile, vogliamo eliminarlo”. Secondo il collaboratore, Scirpoli avrebbe dato il proprio assenso. “Mi diede l’okay”, afferma.Una circostanza che, nella ricostruzione del pentito, dimostrerebbe i rapporti tra le due organizzazioni e la possibilità di discutere apertamente di omicidi e sparizioni.Raduano aggiunge che le conversazioni sarebbero proseguite anche dopo la diffusione della notizia della scomparsa di Notarangelo, quando i giornali avevano cominciato a occuparsi del caso e i carabinieri avevano avviato le ricerche.Le due vicende, sostiene, presentavano alcune analogie. Anche Notarangelo aveva una Fiat Punto, ritrovata in una zona periferica del paese.“Lo hanno sequestrato vivo, interrogato e poi ammazzato”
Tornando alla vicenda di Libergolis, Raduano riferisce un particolare di particolare gravità.Secondo quanto gli avrebbe raccontato Scirpoli, “Faccia di pecora” sarebbe stato sequestrato mentre era ancora vivo, sottoposto a un interrogatorio e successivamente ucciso.“Se non ricordo male mi dissero anche che lo sequestrarono quando era ancora vivo, lo interrogarono e poi lo ammazzarono”, dichiara.Il magistrato gli chiede di chiarire il significato di quell’interrogatorio.Raduano risponde che gli uomini del gruppo avrebbero cercato di ottenere informazioni sui ruoli e sui movimenti dell’organizzazione rivale.“Per sapere le dinamiche del gruppo Li Bergolis, Miucci”, precisa.Il collaboratore spiega che la vittima era ritenuta vicina, anche per rapporti di parentela, al gruppo Li Bergolis e che avrebbe potuto fornire informazioni sulle attività e sugli spostamenti degli uomini dell’organizzazione avversaria.La sua eliminazione, secondo le confidenze riferite dal pentito, sarebbe stata anche una vendetta per la guerra mafiosa combattuta tra il 2009 e il 2010.Raduano attribuisce a Scirpoli una frase particolarmente esplicita sulla responsabilità del delitto: “Ce ne siamo occupati noi, è roba nostra”.

Il pubblico ministero insiste per capire se Scirpoli avesse ammesso una partecipazione personale. Raduano risponde affermativamente e aggiunge di aver compreso che Scirpoli e Lombardi fossero presenti.

Quando però gli viene chiesto di indicare chi materialmente avesse prelevato Li Bergolis, precisa di non conoscere i nomi dei singoli partecipanti a quella fase.

È una distinzione importante: Raduano non descrive un omicidio al quale avrebbe assistito, ma riferisce informazioni e confidenze che sostiene di aver raccolto dai protagonisti.

Il gruppo ristretto che si sarebbe occupato degli omicidi
Nell’interrogatorio il collaboratore distingue l’organizzazione criminale nel suo complesso da un nucleo più ristretto che, a suo dire, si sarebbe occupato dei delitti.

Il magistrato gli domanda a chi si riferisse quando parlava di “roba nostra”.

Raduano indica un gruppo composto da Lombardi, La Torre, Scirpoli, Quitadamo, Francesco Notarangelo e Ricucci.

“Degli omicidi il gruppo che si occupava era: Lombardi, Ricucci, La Torre, Scirpoli, i Quitadamo, Franco Notarangelo”, dichiara.

Il pentito sostiene che Scirpoli gli avrebbe fatto capire di essere stato personalmente coinvolto nell’omicidio di Libergolis insieme a Lombardi.

Raduano riferisce inoltre che le conversazioni sarebbero avvenute in più occasioni, anche con Antonio Quitadamo e, per quanto ricorda, con Lombardi.

La strada, i pascoli e il luogo dove venne lasciata la macchina
Un altro passaggio riguarda la scelta del luogo in cui abbandonare l’automobile di Libergolis.

Raduano sostiene che Scirpoli gli avrebbe indicato con precisione la zona di Paradiso Selvaggio, spiegando che si trattava di un’area raggiungibile dai terreni e dai pascoli controllati dal gruppo di Mattinata.

“Proprio Scirpoli aveva in quei periodi un terreno, non so se in affitto o in gestione, comunque sia nel territorio di Mattinata che di Vieste”, dichiara.

Il collaboratore racconta di aver ironizzato con gli interlocutori: “Ci fate riempire di Carabinieri a Vieste per l’omicidio a Mattinata”. E ancora: “Mo’ gli omicidi nostri li veniamo a buttare a Mattinata”.

Il senso della battuta, secondo il suo racconto, era evidente: lasciare la macchina della vittima vicino a Vieste avrebbe potuto orientare inizialmente i sospetti verso il gruppo viestano.

Raduano aggiunge che Scirpoli gli avrebbe spiegato come, nel luogo in cui la vittima era stata prelevata, gli uomini del gruppo si fossero trovati in una posizione esposta, vicino alla strada, e fossero stati costretti ad allontanarsi.

Il pentito afferma di non aver ricevuto ulteriori dettagli sulla dinamica materiale dell’omicidio.

Il racconto più macabro: perché i cadaveri non dovevano finire nelle fosse
Nelle pagine successive dell’interrogatorio emerge un altro aspetto della strategia delle lupare bianche: l’occultamento dei corpi.

Raduano racconta di aver parlato con Antonio Quitadamo, che gli avrebbe fornito indicazioni basate sull’esperienza del gruppo di Mattinata.

Secondo il collaboratore, Quitadamo gli avrebbe spiegato che, in alcune occasioni, il gruppo aveva commesso l’errore di non distruggere i cadaveri, limitandosi a nasconderli in fosse o pozzi.

“Mi diede consigli come distruggere il cadavere”, dichiara Raduano.

Poi aggiunge che Quitadamo gli avrebbe raccontato come, in passato, alcuni corpi occultati in cavità naturali fossero stati successivamente recuperati.

Il collaboratore fa riferimento agli speleologi, ossia alle persone che esplorano grotte e cavità sotterranee, sostenendo che proprio questo tipo di attività potesse portare alla scoperta di resti umani.

Raduano riferisce quindi che Quitadamo avrebbe descritto una modalità diversa di occultamento, finalizzata non semplicemente a nascondere il cadavere, ma a farne sparire definitivamente le tracce.

“Invece lui mi disse che quelli dove lui se ne è occupato personalmente usava distruggerli e far sparire pure… proprio il cadavere”, afferma.

Una dichiarazione impressionante, che il pentito attribuisce al suo interlocutore e che non equivale, da sola, alla prova di specifici episodi di distruzione di corpi.

Il magistrato gli chiede se Quitadamo avesse spiegato dove fosse stato nascosto il cadavere di Libergolis.

Raduano risponde negativamente.

“Mi ha parlato della sparizione, che l’hanno interrogato e che… è stato buttato da qualche parte, non so, non mi ha detto dove”, precisa.

Due gruppi, le stesse lupare bianche e le confidenze tra boss
Il dato che attraversa l’intero interrogatorio è la familiarità con cui, secondo Raduano, gli esponenti delle due organizzazioni avrebbero discusso di sequestri, omicidi e occultamento dei cadaveri.

Da una parte il gruppo di Mattinata, al quale il pentito attribuisce la scomparsa di Libergolis. Dall’altra il gruppo viestano, con il quale Raduano collega la lupara bianca di Pasquale Notarangelo.

Il ritrovamento delle automobili delle vittime diventa quasi un argomento di confronto tra gli esponenti criminali. Lo stesso accade per le tecniche di occultamento dei corpi.

Il collaboratore sostiene di aver ricevuto informazioni da Scirpoli, Quitadamo, Lombardi e La Torre in più occasioni. Le conversazioni, stando al suo racconto, sarebbero state favorite dai rapporti maturati tra i gruppi e dalla condivisione di esperienze criminali.

Emerge anche il tema del controllo del territorio: le campagne, i pascoli, le strade isolate e le zone di confine tra Mattinata e Vieste vengono descritti come luoghi conosciuti dagli uomini delle organizzazioni, utilizzabili per gli spostamenti e per nascondere le tracce dei delitti.

Il verbale offre così uno spaccato della violenza mafiosa garganica e dei rapporti tra i suoi protagonisti. Sono dichiarazioni che richiedono riscontri e che devono essere lette nel contesto del procedimento giudiziario, ma che aggiungono dettagli significativi alle vicende delle persone scomparse.

Resta soprattutto una frase, attribuita a Scirpoli, a rendere la brutalità di quel mondo: “Nascondeteli bene i cadaveri”. Parole che, nel racconto di Raduano, sarebbero state pronunciate scherzando. E che diventano ancora più inquietanti pensando alle famiglie delle vittime di lupara bianca che, dopo tanti anni, attendono ancora di poter ritrovare i resti dei propri cari.

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