IL GARGANO TRA SCIAMANI, RITUALI E ANTICHE PRATICHE DI GUARIGIONE.

In più occasioni, attraverso lo studio di archeologi e antropologi, abbiamo affrontato l’argomento spinoso “pratiche sciamaniche” nel Gargano e ne

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In più occasioni, attraverso lo studio di archeologi e antropologi, abbiamo affrontato l’argomento spinoso “pratiche sciamaniche” nel Gargano e nella Daunia.
Perché spinoso? Perché, non essendoci la classica X che indica il punto dove trovare il tesoro, bisogna navigare a vista e proporre ipotesi che non scadano in discorsi fantastici. Eppure, sembrano esserci molti indizi che hanno condotto diversi studiosi a trattare tale argomento.
Qui di seguito, intanto, vi proponiamo i link dei vari post da noi pubblicati di recente: https://www.facebook.com/share/1Hvak5J2Ai/?mibextid=wwXIfr (Nel Gargano e in Daunia si può parlare di sciamanesimo?); https://www.facebook.com/share/18dfb3y55D/?mibextid=wwXIfr (Artigiane, terapeute e sacerdotesse nel racconto delle stele); https://www.facebook.com/share/1EpMGGLehF/?mibextid=wwXIfr (Il papavero da oppio nelle pratiche di guarigione e del sacro).
L’altro giorno, dopo aver pubblicato un articolo sulla pratica di perforazione dei crani di Ischitella e Vieste, alcuni di voi ci hanno scritto per sapere se poteva esserci una connessione tra queste pratiche e quelle di guarigione affrontate nei post di cui sopra (qui il link sulla perforazione dei crani: https://www.facebook.com/share/p/18ZPcVvD2b/?mibextid=wwXIfr).
In realtà, qualcosa sembra esserci e tale argomento è stato proprio sviluppato dagli esperti che hanno affrontato lo studio dei crani. Vediamo alcuni dettagli e quali ipotesi sono state formulate.
Partiamo da una domanda: esisteva un confine, nel mondo antico, oltre il quale la medicina incontrava la magia? E se alcune enigmatiche testimonianze archeologiche del Gargano custodissero ancora oggi le tracce di quel confine?
Abbiamo, infatti, raccontato le sorprendenti trapanazioni craniche documentate a Ischitella e Vieste, testimonianze di interventi che richiedevano una notevole abilità tecnica e una certa conoscenza dell’anatomia umana.
Ma quella vicenda nasconde un altro aspetto, forse ancora più enigmatico: e se dietro alcuni di quegli interventi si celassero anche pratiche rituali, credenze soprannaturali e antiche forme di guarigione spirituale?
A sollevare questa possibilità sono gli stessi studiosi che hanno analizzato i reperti.
Nel 2020, Alessio Vovlas, Nunzio Di Nunno, Ginevra Panzarino e Sandro Sublimi Saponetti hanno pubblicato una ricerca scientifica dedicata a sei casi di trapanazione cranica rinvenuti in Puglia, compresi quelli di Ischitella e Vieste.
Lo studio non si limita agli aspetti chirurgici, ma affronta anche le possibili motivazioni religiose e magico-rituali di una pratica conosciuta fin dalla preistoria. Per comprendere questa ipotesi dobbiamo abbandonare, almeno per un momento, il nostro modo moderno di interpretare la malattia. In molte società antiche, infatti, guarire non significava soltanto intervenire sul corpo. La sofferenza poteva essere interpretata anche attraverso credenze religiose, influenze soprannaturali e rapporti con il mondo invisibile.
In determinati contesti culturali, il guaritore poteva dunque essere qualcosa di più di un semplice conoscitore di rimedi e strumenti. Poteva assumere anche funzioni rituali, accompagnando il malato attraverso cerimonie, gesti simbolici e pratiche considerate capaci di ristabilire un equilibrio perduto.
È in questa prospettiva che la ricerca sulle trapanazioni craniche richiama lo sciamanesimo, pur senza attribuirlo direttamente alle comunità garganiche. Il riferimento riguarda soprattutto il possibile impiego di stati alterati di coscienza.
Gli studiosi citano infatti le ricerche dell’antropologa Maria Mednikova, secondo la quale, in alcuni contesti antichi, il ricorso a sostanze psicotrope e danze estatiche potrebbe aver accompagnato pratiche di trapanazione. Un’ipotesi suggestiva, che chiama in causa un problema molto concreto: come affrontavano il dolore coloro che subivano questi interventi?
Prima dell’anestesia moderna, quali conoscenze permettevano di praticare operazioni tanto delicate? Si utilizzavano preparati vegetali? Bevande inebrianti? Oppure particolari pratiche rituali destinate a modificare la percezione della sofferenza?
Lo studio prende in considerazione queste possibilità, richiamando confronti etnografici con popolazioni che praticavano forme di sciamanesimo. Tra gli esempi figurano l’impiego di sostanze psicotrope e il ricorso a particolari fumi vegetali documentati presso alcune comunità siberiane. Si tratta, naturalmente, di confronti culturali, non di testimonianze dirette provenienti dal Gargano.
Gli autori ricordano inoltre il tarantismo pugliese, nel quale la danza estatica ha assunto, in epoche storicamente documentate, una funzione rituale e terapeutica. Anche in questo caso non siamo di fronte alla prova di una continuità fra le antiche trapanazioni e il tarantismo, ma a un interessante confronto fra differenti concezioni della guarigione.
E proprio qui la nostra indagine torna a Ischitella.
Nel 2010, nell’area archeologica di Monte Civita, venne rinvenuto nella tomba numero 3 lo scheletro di un uomo vissuto nel IV secolo a.C., morto presumibilmente tra i 36 e i 44 anni. Il suo cranio presentava una perforazione nella regione posteriore, in prossimità dell’osso temporale destro. Le analisi radiologiche hanno evidenziato un particolare fondamentale: l’assenza di rigenerazione del tessuto osseo. Questo significa che l’uomo potrebbe essere morto durante l’intervento, oppure poco dopo.
Ma esiste un’altra possibilità. La perforazione potrebbe essere stata praticata quando l’individuo era già morto. Ed è proprio questa seconda interpretazione ad aprire uno spiraglio sul mondo dei rituali funerari. La letteratura archeologica documenta infatti casi nei quali le ossa craniche, anche dopo la morte, venivano investite di significati religiosi e simbolici.
In alcune epoche e culture, frammenti di cranio furono utilizzati come amuleti oppure considerati oggetti dotati di proprietà protettive e terapeutiche. Potrebbe essere accaduto qualcosa di simile anche a Monte Civita? Non lo sappiamo. Gli studiosi non hanno individuato elementi sufficienti per stabilire se l’intervento fosse chirurgico, rituale oppure legato a entrambe le dimensioni.
Il caso di Vieste, invece, racconta una storia differente.
Nel cranio maschile rinvenuto in via Spina, datato al III secolo a.C., la rigenerazione ossea indica che l’individuo sopravvisse alla trapanazione. Una testimonianza concreta di una pratica eseguita su una persona vivente, senza che sia tuttavia possibile determinarne la motivazione. Ma c’è un’altra pista, sorprendente, che ci conduce nel cuore dell’antica Daunia.
È la pista del papavero da oppio.
Già nel 1995, l’archeologa Maria Laura Leone, studiando le celebri stele daunie, aveva proposto una particolare interpretazione di alcuni elementi figurativi presenti soprattutto sui monumenti femminili. Secondo la studiosa, determinate raffigurazioni sferoidali potrebbero rappresentare capsule di Papaver somniferum, la pianta dalla quale si ricava l’oppio.
La sua interpretazione suggeriva che questa pianta potesse rivestire un ruolo nelle pratiche terapeutiche, religiose e simboliche delle antiche comunità daunie. Il papavero, dunque, non soltanto come possibile rimedio contro il dolore, ma anche come elemento legato alla sfera del sacro.
Per molti anni questa ricostruzione è rimasta un’ipotesi basata principalmente sull’interpretazione delle immagini. Poi, nel 2023, è arrivato un importante contributo dalla chimica archeologica. Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Chemistry ha esaminato quattordici recipienti ceramici dauni appartenenti alla collezione Ceci-Macrini.
Attraverso sofisticate analisi di spettrometria di massa, i ricercatori hanno identificato tracce di alcaloidi riconducibili al papavero da oppio. In dieci dei quattordici vasi esaminati sono state rilevate sostanze come tebaina e, in alcuni casi, morfina e codeina.
Una scoperta notevole, perché fornisce riscontri chimici a un’ipotesi che fino ad allora si era fondata soprattutto sull’iconografia. Attenzione, però: non significa che tutti i Dauni facessero uso di oppio, né dimostra che tale sostanza fosse impiegata per praticare trapanazioni craniche.
La funzione precisa di quei recipienti e l’utilizzo delle sostanze rimangono questioni aperte. Resta però un dato di grande interesse: nella Daunia antica esistevano conoscenze e pratiche che coinvolgevano sostanze ricavate dal papavero da oppio. E allora viene spontaneo tornare con la mente a quegli uomini vissuti sul Gargano nel IV e III secolo a.C. Alle mani di chi praticava le perforazioni. Alle conoscenze necessarie per eseguirle. Al dolore, alla speranza di guarire e al significato che un gesto simile poteva assumere all’interno della comunità.
Erano soltanto interventi medici? Oppure, almeno in alcuni casi, il corpo umano diventava anche il luogo nel quale si incontravano medicina, religione e ritualità? Non possediamo ancora gli elementi per rispondere.
Sarebbe affascinante immaginare guaritori, sacerdoti o figure assimilabili agli sciamani intenti a celebrare misteriosi riti sulle alture garganiche. Ma l’archeologia non può trasformare un’immagine suggestiva in una verità storica. Può, invece, raccogliere indizi, confrontare testimonianze e formulare ipotesi che nuove scoperte potranno confermare oppure smentire.
Ed è proprio questo il fascino della ricerca.
Perché dietro una perforazione conservata in un cranio, dietro un simbolo inciso nella pietra o una traccia chimica rimasta in un vaso per oltre duemila anni, può nascondersi un frammento della complessa relazione che gli antichi avevano con la vita, la morte e la guarigione.
Forse non sapremo mai quali parole vennero pronunciate accanto all’uomo di Monte Civita, né cosa abbia provato l’individuo di Vieste mentre qualcuno interveniva sul suo cranio. Ma quei reperti continuano a raccontarci qualcosa di straordinario. Che anche in una terra apparentemente lontana dai grandi centri del sapere antico esistevano pratiche, conoscenze e credenze molto più articolate di quanto potremmo immaginare.
E che il sottile confine tra medicina e sacro potrebbe rappresentare una delle pagine ancora da decifrare della storia delle comunità del Gargano. Perché a volte sono proprio le ossa dei nostri antenati a custodire le domande più affascinanti.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Per la corretta spiegazione delle immagini rimandiamo ai nostri post elencati all’inizio di questo articolo.
Le fonti scientifiche.
Abbiamo utilizzato tre ricerche principali, distinguendo i risultati materiali dalle interpretazioni.
1. Le trapanazioni craniche in Puglia — 2020
Vovlas, Di Nunno, Panzarino, Sublimi Saponetti, Cranial Trepanation: Case Studies between the IV Century BC and VI Century in Southern Italy, IntechOpen.
È la fonte principale per Ischitella, Vieste e il confronto con pratiche sciamaniche.
2. Il papavero nelle stele daunie — 1995
Maria Laura Leone, Oppio. Papaver somniferum, la pianta sacra ai Dauni delle stele, Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici, XXVIII, pp. 57–68.
L’interpretazione iconografica alla base del collegamento fra papavero, guarigione e ritualità.
3. Le prove chimiche dell’oppio nei vasi dauni — 2023
Unearthed opium: development of a UHPLC-MS/MS method for the determination of Papaver somniferum alkaloids in Daunian vessels, Frontiers in Chemistry.
La ricerca che ha identificato gli alcaloidi in dieci vasi archeologici.
Un’ultima precisazione scientifica importante: le stele daunie considerate da Leone appartengono all’VIII–VI secolo a.C., mentre i crani di Ischitella e Vieste risalgono rispettivamente al IV e III secolo a.C. Non possiamo dunque presentare le immagini delle stele, i residui nei vasi e le trapanazioni come prove di una medesima cerimonia. Sono testimonianze differenti che consentono di formulare però domande comuni
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