LA FARINA PIÙ ANTICA DEL MONDO IN UNA GROTTA DEL GARGANO?

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Il Gargano è abitato da sempre. Letteralmente da sempre. Abbiamo raccontato tante storie (e molte altre ne racconteremo, promesso!), di battaglie epiche, misteri, personaggi straordinari e tradizioni ancora vive nei nostri territori. Ma adesso, sposteremo le lancette dell’orologio indietro… molto ma molto indietro, in un viaggio nel tempo davvero incredibile.
Sì, perché a quanto pare non solo il Gargano vede la presenza dell’uomo preistorico in modo consistente, come testimoniato da molti siti da noi presentati e raccontati in diverse occasioni, ma addirittura può vantarsi di un paio di “record” niente male. Vediamoli…Che il pane garganico fosse buono è come scoprire l’acqua calda ma forse adesso sappiamo anche il perché: lo facciamo “da sempre”.
Cediamo la parola alla prof.ssa Annamaria Ronchitelli dell’Università di Siena e direttrice degli scavi di Grotta Paglicci nel 2015.
“Abbiamo scoperto la farina più antica del mondo e quindi la prova che 32mila anni fa i nostri antichi progenitori la lavoravano per uso alimentare.”
La scoperta è avvenuta in Grotta Paglicci, sito preistorico garganico per eccellenza, che vanta pitture rupestri di incredibile fattura e bellezza.
L’Università di Siena è nel gruppo di ricerca che ha scoperto la farina più antica finora conosciuta, risalente appunto a 32mila anni fa, più di ventimila anni prima della domesticazione delle piante nel Vicino Oriente.
Lo provano gli amidi rinvenuti su un pestello-macinello proveniente dal liv. 23A (Paleolitico superiore – complesso culturale del Gravettiano antico) di Grotta Paglicci (Rignano Garganico – Foggia), sito nel quale il dipartimento Unisi di Scienze fisiche della Terra e dell’ambiente (unità di ricerca di Preistoria e Antropologia) svolge da più di 40 anni ricerche in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia della Puglia. Il lavoro ha coinvolto l’Istituto italiano di Preistoria e Protostoria, la Soprintendenza Archeologia della Toscana e il dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.
La maggior parte dei granuli di amido è stata attribuita a Poaceae (Gramineae, graminacee) e molti di essi ad Avena, molto probabilmente Avena barbata L., una pianta che cresce spontanea in Italia. Si tratta al momento della prima testimonianza dell’uso di questo cereale. È indiziata anche, da un numero ridotto di amidi, la trasformazione in farina delle ghiande di Quercia.
Gli antichi cacciatori-raccoglitori di Grotta Paglicci, che sono vissuti in un periodo climatico più freddo dell’attuale, avevano inoltre sviluppato tecnologie complesse di lavorazione della pianta prima della macinazione. Lo studio testimonia infatti per la prima volta un pretrattamento termico delle cariossidi (bollitura, tostatura o arrostimento).
Il trattamento termico rende più agevole la macinazione perché accelera l’essiccamento dei chicchi, facilita l’allontanamento del rivestimento esterno delle cariossidi, garantisce una maggior conservabilità della farina e, nel caso dell’avena, sviluppa il particolare aroma che non è presente nel prodotto fresco.
Lo studio indica chiaramente che lo sfruttamento delle risorse vegetali era molto importante per le popolazioni di cacciatori-raccoglitori e che i Gravettiani di Paglicci già possedevano un patrimonio di conoscenze che si pensava diffuso solo dopo l’alba dell’agricoltura.
Sul National Geographic dell’ottobre del 2006, viene presentata una notizia straordinaria: l’uomo più antico d’Europa è italiano. Eh sì, l’ominide di genere Homo più antico è… garganico, anzi per essere più precisi è apricenese. Ce ne parla La Repubblica:
“Immensi spazi aperti, per lo più aridi, anche se punteggiati da aree più umide. Ghepardi, grossi istrici e uccelli amanti dei climi aridi. Non è un quadro d’Africa, ma il paesaggio di 1 milione e 700mila anni fa del Gargano, in prossimità delle Cave di Pirro Nord, presso Apricena, in provincia di Foggia.
In quel mondo, oggi così diverso, vissero gli uomini d’Europa più antichi finora scoperti. La loro presenza è stata portata alla luce da una ricerca di varie università italiane (Torino, Roma, Firenze, Ferrara) e i cui dettagli saranno pubblicati sul prossimo numero del National Geographic.” – ottobre 2006.
E ancora: “Ciò che abbiamo scoperto non sono resti fossili di esseri umani, bensi evidenze indirette della loro esistenza, ma assolutamente chiare e inconfutabili. Il materiale studiato risale a un periodo compreso tra 1 milione e 700mila anni e 1 milione e 500mila anni fa», spiega Lorenzo Rook del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, tra i responsabili della ricerca.
Fino a oggi la testimonianza più antica del genere Homo, al di fuori dell’Africa, la si ritrova a Dmanisi, in Georgia, nel Caucaso, dove i resti rinvenuti ci dicono che l’Uomo vi arrivò almeno 1 milione e 800mila anni fa. Le testimonianze fossili qui ritrovate nel 2001 sono migliori rispetto anche a quelle trovate in Africa. Inoltre a Dmanisi sono stati rinvenuti crani completi di uomini e moltissimi utensili da loro utilizzati che hanno in seguito permesso di studiare abitudini e stili di vita.”
Nelle Cave di Pirro Nord i ricercatori hanno scoperto manufatti costituiti soprattutto da alcune schegge.
“Il numero di manufatti portati alla luce è esiguo, ma il loro valore è altissimo. Si tratta di schegge in selce ottenute grazie a una tecnica di percussione diretta alla pietra dura. E questo dice che quegli uomini erano già in possesso di un comportamento tecnologico complesso”, spiega Marta Arzarello, dell’Università di Ferrara. Tali reperti mostrano analogie con quelli ritrovati in Georgia.
La datazione è stata possibile grazie alle rocce calcaree delle Cave di Pirro, con il deposito di resti fossili di anfibi, uccelli, rettili e mammiferi dei quali era nota la datazione.
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Foto Archivio Giovanni BARRELLA

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