La notizia del ritrovamento dello scheletro di una donna che stringe a sé un bambino, nel corso degli scavi nel Parco archeologico di Siponto, ha de


La notizia del ritrovamento dello scheletro di una donna che stringe a sé un bambino, nel corso degli scavi nel Parco archeologico di Siponto, ha destato grande interesse e fatto il giro di un po’ di tutto. Il loculo fa parte di un cimitero di alcune decine di sepolture che gli archeologi, in attesa di più specifiche analisi, fanno risalire al XII-XIII secolo, all’epoca medievale, ultima stratificazione di Siponto. Gli archeologi ritengono che annessa ci possa essere una chiesa.
Il cimitero è stato rinvenuto nella parte meridionale dell’antica Città, oltre la ferrovia che attraversa l’area di scavo, così come la carrozzabile ex provinciale 89, oggi strada comunale prosecuzione di Viale Di Vittorio, la separa dalla parte alta dove è stato caratterizzato l’anfiteatro romano e una chiesa con cimitero.
Ma il cimitero non è l’unica scoperta di questa sesta campagna di scavi nell’area di Siponto: nella zona anfiteatro si è andati giù fino allo strato romano del V-VI secolo quando la struttura venne smantellata e l’area riutilizzata per la costruzione di una chiesa e relativo cimitero; nell’area portuale è stato rinvenuto un “pozzo nero”, una discarica contente materiali vari tra cui pezzi di vetro, ceramiche e anche una palla di pietra, un proiettile si ritiene risalente all’epoca del distruttivo assedio di Siponto da parte di Guglielmo I° d’Altavilla, detto il Malo, re di Sicilia dal 1154 al 1166.
Insomma, l’antica Siponto nelle sue diverse stratificazioni sovrapposte, va rivelando le connotazioni di una esistenza viva e operosa, prima di “trasferirsi” nella nuova città di Manfredonia.
Un’area archeologica che manifesta sempre più la sua speciale importanza storica di città non distrutta, ma abbandonata per ragioni ambientali che quindi racchiude in sé testimonianze della sua complessa esistenza che gli archeologi delle Università di Foggia e Bari, vanno riesumando e offrendo all’attenzione degli studiosi.
Un lavoro certosino, straordinariamente intenso e ricco di realtà entusiasmanti che tuttavia non trova i dovuti riscontri nell’attenzione e nell’interesse delle autorità dii riferimento, quali la Soprintendenza, la Regione, il Comune e la stessa comunità manfredoniana.
Sono ormai sei anni che sia pure per un mese all’anno, le Università e uno stuolo di archeologi e aspiranti tali, lavorano in quel sito archeologico con risultati, come accennato, sono entusiasmanti e soprattutto di notevole e originale interesse storico-scientifico, ma non è stato (ancora?) definito quello che sulla carta (o forse solo nelle intenzioni?) risulta individuato come “Parco archeologico di Siponto”, ma che nella realtà tale non è, atteso manca un progetto che ne definisca i termini e le funzioni, le strutture di supporto (laboratori, eccetera) e di accoglienza.
Pare, ma non è una impressione, che di questo “Parco archeologico di Siponto” non importi a nessuno, dalle autorità ai cittadini (tranne poi a infervorarsi per una notizia come questa ultima degli scheletri di donna con bambino). Gli archeologi operanti nel sito devono fare tutto da sé con quel modesto budget assicurato dalle due Università. Niente di più. Quest’anno si è fatto avanti Giuseppe Colavelli, titolare di una impresa di carpenteria metallica, che si è offerto di sponsorizzare la open day del Parco archeologico che si terrà ad ottobre.
Niente di più, tutto si tace dall’alto loco al più basso. La domanda che preme sempre più preoccupata, è: questo Parco archeologico di Siponto lo si vuole si o no?
Michele Apollonio

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