Il Nord non è più la terra promessa, meglio restare o scegliere l’estero: 25mila i laureati oltre confine

Il Nord non è più attrattivo per ragazzi del Sud. C’è stato un tempo, molto lungo, in cui, per tanti giovani del Mezzogiorno, il Nord rappresentav

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Il Nord non è più la terra promessa, meglio restare o scegliere l’estero: 25mila i laureati  oltre confine

Il Nord non è più attrattivo per ragazzi del Sud. C’è stato un tempo, molto lungo, in cui, per tanti giovani del Mezzogiorno, il Nord rappresentava la via quasi obbligata dell’ascesa sociale: studio, lavoro, carriera, stabilità. Questa geografia delle convenienze aveva una traiettoria abbastanza riconoscibile: si lasciava la provincia, la città del Sud e si cercava spazio a Milano o a Torino (e solo in parte a Roma, pur essendo la capitale). Non era una scelta indolore, ma era una scelta a volte desiderata, a volte fisiologica: si restava dentro il Paese, dentro una stessa lingua, dentro una promessa nazionale.La nuova traiettoria Oggi quella traiettoria non è scomparsa, ma si è molto indebolita, non solo nei dati statistici, ma anche nel significato sociologico con cui ci accostiamo a questi nuovi numeri. Per una quota crescente di giovani meridionali, soprattutto laureati, il Nord non appare più automaticamente come il luogo della promozione. È spesso percepito come una tappa intermedia, di semplice passaggio, un’alternativa costosa, talvolta poco remunerativa rispetto al sacrificio richiesto. Davanti a salari non sempre adeguati, affitti elevati, precarietà professionale e distanza familiare, la scelta, dunque, per la prima volta, si radicalizza (o forse si esaspera): o si resta al Sud, provando a costruire qualcosa nel proprio territorio, oppure si salta direttamente la mediazione nazionale e si guarda all’estero.Criteri Per raccontare questo fenomeno, senza confondere piani diversi, serve innanzitutto un criterio unico. Il rischio, infatti, è sommare dati eterogenei: dagli studenti fuori sede ai trasferimenti di residenza, dalle migrazioni interne agli espatri, da chi è altamente qualificato e in possesso di laurea, a chi, invece, ha un maggiore disagio sociale o economico. Ogni numero racconta una parte interessante del fenomeno menzionato in apertura, ma non tutti i numeri «misurano» la stessa cosa.

L’estero Il criterio più solido, per analizzare la migrazione qualificata dal Sud verso l’estero, è questo: scandagliare il saldo migratorio verso l’estero dei giovani laureati italiani, tra 25 e 34 anni, residenti nel Mezzogiorno. È un indicatore netto, perché considera le uscite al netto dei rientri; è territorialmente definito, perché riguarda il Mezzogiorno; è, inoltre, un dato nettamente generazionale, poiché guarda a una fascia ben precisa di popolazione; è qualitativo, perché seleziona i laureati. Infine è un indicatore coerente con le statistiche anagrafiche, perché si basa sui trasferimenti di residenza.25mila giovani laureati Con questo criterio selettivo, il dato forte è molto evidente: tra il 2019 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso verso l’estero circa 25mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Nello stesso periodo, la perdita netta verso l’estero di giovani laureati italiani, della stessa età, è stata di circa 42 mila unità nel Nord, 13 mila nel Centro e 25 mila nel Mezzogiorno.Il ragionamento viene dal report Istat sulle migrazioni interne e internazionali della popolazione residente, riferito agli anni 2023-2024 e pubblicato nel 2025. Questo numero va maneggiato bene per poterne fare un discorso ampio. Ad oggi, il dato non dice che tutti i giovani meridionali preferiscono l’estero. Non dice neppure che l’estero abbia superato, in volume assoluto, la migrazione Sud-Nord. Dice però una cosa politicamente e culturalmente molto significativa: una parte qualificata della nuova generazione meridionale non considera più il mercato nazionale come orizzonte sufficiente, né vede il Nord come una leva del proprio ascensore sociale. Se un ragazzo deve migrare, spesso non ritiene utile fermarsi a metà strada.Il Nord non è più attrattivo per ragazzi del Sud. C’è stato un tempo, molto lungo, in cui, per tanti giovani del Mezzogiorno, il Nord rappresentava la via quasi obbligata dell’ascesa sociale: studio, lavoro, carriera, stabilità. Questa geografia delle convenienze aveva una traiettoria abbastanza riconoscibile: si lasciava la provincia, la città del Sud e si cercava spazio a Milano o a Torino (e solo in parte a Roma, pur essendo la capitale). Non era una scelta indolore, ma era una scelta a volte desiderata, a volte fisiologica: si restava dentro il Paese, dentro una stessa lingua, dentro una promessa nazionale.La nuova traiettoria Oggi quella traiettoria non è scomparsa, ma si è molto indebolita, non solo nei dati statistici, ma anche nel significato sociologico con cui ci accostiamo a questi nuovi numeri. Per una quota crescente di giovani meridionali, soprattutto laureati, il Nord non appare più automaticamente come il luogo della promozione. È spesso percepito come una tappa intermedia, di semplice passaggio, un’alternativa costosa, talvolta poco remunerativa rispetto al sacrificio richiesto. Davanti a salari non sempre adeguati, affitti elevati, precarietà professionale e distanza familiare, la scelta, dunque, per la prima volta, si radicalizza (o forse si esaspera): o si resta al Sud, provando a costruire qualcosa nel proprio territorio, oppure si salta direttamente la mediazione nazionale e si guarda all’estero.Criteri Per raccontare questo fenomeno, senza confondere piani diversi, serve innanzitutto un criterio unico. Il rischio, infatti, è sommare dati eterogenei: dagli studenti fuori sede ai trasferimenti di residenza, dalle migrazioni interne agli espatri, da chi è altamente qualificato e in possesso di laurea, a chi, invece, ha un maggiore disagio sociale o economico. Ogni numero racconta una parte interessante del fenomeno menzionato in apertura, ma non tutti i numeri «misurano» la stessa cosa.L’estero Il criterio più solido, per analizzare la migrazione qualificata dal Sud verso l’estero, è questo: scandagliare il saldo migratorio verso l’estero dei giovani laureati italiani, tra 25 e 34 anni, residenti nel Mezzogiorno. È un indicatore netto, perché considera le uscite al netto dei rientri; è territorialmente definito, perché riguarda il Mezzogiorno; è, inoltre, un dato nettamente generazionale, poiché guarda a una fascia ben precisa di popolazione; è qualitativo, perché seleziona i laureati. Infine è un indicatore coerente con le statistiche anagrafiche, perché si basa sui trasferimenti di residenza.25mila giovani laureati Con questo criterio selettivo, il dato forte è molto evidente: tra il 2019 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso verso l’estero circa 25mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Nello stesso periodo, la perdita netta verso l’estero di giovani laureati italiani, della stessa età, è stata di circa 42 mila unità nel Nord, 13 mila nel Centro e 25 mila nel Mezzogiorno.Il ragionamento viene dal report Istat sulle migrazioni interne e internazionali della popolazione residente, riferito agli anni 2023-2024 e pubblicato nel 2025. Questo numero va maneggiato bene per poterne fare un discorso ampio. Ad oggi, il dato non dice che tutti i giovani meridionali preferiscono l’estero. Non dice neppure che l’estero abbia superato, in volume assoluto, la migrazione Sud-Nord. Dice però una cosa politicamente e culturalmente molto significativa: una parte qualificata della nuova generazione meridionale non considera più il mercato nazionale come orizzonte sufficiente, né vede il Nord come una leva del proprio ascensore sociale. Se un ragazzo deve migrare, spesso non ritiene utile fermarsi a metà strada.Mobilità interna Il dato diventa ancora più eloquente se lo si legge accanto alla mobilità interna. Sempre secondo ISTAT, tra 2019 e 2024 il Mezzogiorno ha perso circa 107mila giovani laureati italiani verso il Centro-Nord. Sommando la perdita verso il Centro-Nord e quella verso l’estero, il saldo negativo, complessivo per il Mezzogiorno, arriva a circa 132mila giovani laureati fino alla fine del 2025.Questo passaggio è decisivo per evitare una forzatura. I dati non autorizzano a dire, in senso strettamente quantitativo, che i giovani del Sud «preferiscono l’estero al Nord»: la rotta Sud-Centro-Nord resta ampia e variegata, ma queste evidenze numeriche autorizzano a sostenere una tesi più sottile: il Nord non è più l’unico centro di gravità, né necessariamente il più desiderabile; l’estero è diventato una rotta autonoma e simbolicamente più competitiva. E questo che cosa significa in termini di sistema Paese«Un Paese, due emigrazioni» SVIMEZ e Save the Children danno la misura storica della trasformazione. Nel report «Un Paese, due emigrazioni», pubblicato nel 2026, si legge che tra il 2002 e il 2024 oltre 63 mila laureati under 35 meridionali hanno lasciato l’Italia. Al netto dei rientri, la perdita complessiva per il Sud è di 45mila giovani qualificati. Possiamo, quindi, dire che questa nuova migrazione danneggia l’Italia intera e non genera movimenti significativi dall’estero verso la nostra penisola.

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