Tra gennaio e febbraio l’attesa media per «U» è scesa da 10 a 4 giorni. Il caso delle visite cardiologiche e delle colonscopie: troppe senza motiv

Tra gennaio e febbraio l’attesa media per «U» è scesa da 10 a 4 giorni. Il caso delle visite cardiologiche e delle colonscopie: troppe senza motivo. Il 46% di prestazioni dubbie. Il monitoraggio dei recuperi effettuati tra gennaio e marzo. Il tavolo con i medici di base per elaborare linee guida prescrittive.La prima buona notizia è una diminuzione tra gennaio e febbraio delle prenotazioni di prestazioni urgenti (mentre tutte le altre restano quasi invariate). La seconda, una conseguenza della prima, è che il sistema sanitario riesce a soddisfarne una percentuale maggiore entro le 72 ore previste. Tuttavia circa il 46% delle prescrizioni urgenti recuperate nel mese di marzo e sottoposte a verifica si è rivelato inappropriato.Il Piano della Regione per lo smaltimento delle liste d’attesa è relativo al passato, ma – dicono le analisi del tavolo di monitoraggio coordinato da Lucia Bisceglia (Aress), sta ottenendo effetti anche sul futuro. Perché? Probabilmente perché, in parallelo, le singole Asl stanno lavorando con i prescrittori (i medici di base), nei fatti implementando meccanismi di controllo.Il dato principale emerso dal tavolo è quello sulla media dei giorni di attesa di una prestazione. Per quelle urgenti si è passati da 10 a 4 giorni, per quelle brevi (da esitare in 10 giorni) da 34,5 a 24: sempre oltre la soglia di legge ma con un evidente effetto di riassorbimento.Tra gennaio e febbraio le prenotazioni urgenti sono scese del 7,78% e quelle brevi dello 0,78%. È una media, per cui ci sono anche prestazioni in aumento come ad esempio le prime visite oncologiche. Ma la diminuzione è marcata, ad esempio, per l’ecografia addome breve (da 3.591 a 2.998), per tutte le tipologie di risonanza e quasi tutte le tipologie di tac oggetto di monitoraggio: in particolare diminuiscono dell’11% le risonanze articolari urgenti e del 5% quelle brevi. Circostanza, quest’ultima, che sembrerebbe confermare resistenza di più controlli in sede prescrittiva.
A questo proposito il tavolo di monitoraggio sta passando al setaccio le prestazioni oggetto di recupero, proprio per capire la dinamica prescrittiva. Tra gennaio e marzo sono state analizzate 1.520 prestazioni urgenti per confrontarle (ex post) con quanto previsto dal manuale Rao di Agenas (le tabelle di riferimento per l’appropriatezza). Per 704 di queste 1.520 prestazioni (pari al 46%) il manuale non prevede indicazioni cliniche specifiche per l’urgenza: il codice U è stato quindi attribuito dal medico sulla base del proprio giudizio. Non significa che l’indicazione dell’urgenza sia sbagliata, ma solo che l’applicazione dei criteri condivisi avrebbe probabilmente portato una scelta diversa.Queste situazioni di disallineamento, peraltro, si concentrano in gran parte in tipologie di prestazioni ben definite. Al primo posto c’è la visita cardiologica urgente (122 casi di indicazione clinica non prevista), una tipologia di prestazione in cui l’urgenza (l’infarto in corso) richiede un accesso in Pronto soccorso. Ci sono poi le colonscopie, che nelle 72 ore previste dall’urgenza non consentono materialmente nemmeno la preparazione del paziente: anche in questo caso, l’eventuale sanguinamento richiede il Pronto soccorso e non la prestazione ambulatoriale. Seguono le prime visite neurologiche e le Tac del torace (per le quali vale lo stesso ragionamento della visita cardiologica): tutte prestazioni in cui ci potrebbe essere stato un ricorso eccessivo al codice di urgenza.L’obiezione che i medici di famiglia muovono in questi casi è che l’analisi a posteriori delle prestazioni non tiene conto della situazione con cui il paziente si è presentato. Ma d’altro canto una prestazione urgente che non viene fatta entro un certo numero di giorni potrebbe effettivamente non avere i caratteri dell’urgenza. I dati (ancora non definitivi) del monitoraggio di questa settimana dicono che l’indice di inappropriatezza (gennaio-marzo) è in discesa e dovrebbe attestarsi al 36%.Si tratta di spunti che, insieme alla concentrazione di prenotazioni B e U per medico prescrittore (il 20 % dei medici di base eroga l’80 % delle prestazioni brevi e urgenti), la Regione conta di mettere al centro del confronto. L’obiettivo è costruire un documento di indirizzo , con linee guida condivise sulle prescrizioni in cui si chiarisca in quali casi è opportuno chiedere l’urgenza di un esame o di una visita e in quali invece è possibile programmare la prestazione o prenotarla senza un termine.Il tema delle liste d’attesa, si fa notare ai vertici della Regione, riguarda l’Italia intera. La Puglia è in difficoltà ma in un contesto in cui gli indirizzi operativi sono chiari e le aziende sanitarie sono totalmente coinvolte si sta costruendo un sistema di misura: il tentativo è di capire cosa sta funzionando e cosa non funziona, il punto nodale resta sempre il numero delle prescrizioni, perché lo sforzo straordinario di aumentare l’offerta si concluderà a breve. Bisogna, quindi, intervenire sulla domanda, facendo in modo di non intasare il sistema con richieste non necessarie. Resta infatti critica la situazione di alcuni tipi di prestazione, come risonanze magnetiche, visite cardiologiche e colonscopie, che risentono ancora (e in modo rilevante) dell’effetto delle vecchie prenotazioni non ancora smaltite.


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