GIACOMETTA DEI MISTERI

IL DIPINTO, più una crosta rovinata dal tempo, fa intravvedere un cavaliere con abiti ottomani che stringe tra le braccia una giovane suora. Una i

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IL DIPINTO, più una crosta rovinata dal tempo, fa intravvedere un cavaliere con abiti ottomani che stringe tra le braccia una giovane suora. Una immagine surreale che ha subito richiamato alla mente il “ratto di Giacometta”, il fantastico episodio di una educanda presso le suore del convento delle Clarisse, sortito nel corso del tragico sacco dei turchi del 1620, che mise a ferro e fuoco la città. In quella raffigurazione si vuole identificare la giovinetta di una decina di anni, Giacometta appunto, dimenticata dalle suore in precipitosa fuga, e rinvenuta dai giannizzeri ottomani che la portarono via in “dono” al Pascià che la aggregò nell’harem di Costantinopoli.
LA STORIA si è dipanata nel tempo pressoché uniformemente, in una sorta di copia-incolla, senza alcun riscontro documentale. Più di quattro secoli non sono bastati a dirimere una vicenda rimasta sospesa tra leggenda e mito. Per quanto, in questi oltre quattrocento anni, si sia cercato, non si sono trovati riferimenti che potessero suffragare la realtà degli avvenimenti così come effettivamente verificatisi. Il mistero ammanta una storia che ben si presta a voli della fantasia.
A COMINCIARE dal nome della protagonista suo malgrado: Giacometta Beccarino, e non Beccarini, come generalmente riportato. Studi, ricerche, tesi non sono riusciti a fare chiarezza su un episodio che di assodato ha solo l’evento cruento e distruttivo da cui prende le mosse: il terribile assalto ottomano alla città del 1620. Per tre giorni, dal 15 al 18 agosto, Manfredonia venne incendiata, depredata, la gente uccisa. La città ridotta ad un ammasso di macerie fumanti.
DA QUELLA tragica pagina di storia è derivata la “favola” di Giacometta. Che, secondo Cristanziano Serricchio che ha condotto accurate indagini nei luoghi citati nel racconto, sarebbe rimasta uccisa nel corso dell’assalto al convento. E d’altra parte nella sua permanenza nel Serraglio di Costantinopoli, non la si indica col nome di Giacometta, bensì di Zafira o di Bassebà, che potrebbero essere “favorite” del sultano diverse da Giacometta. La trama del racconto si sviluppa nel mare di Malta. I Cavalieri di Malta la intercettarono mentre si recava a La Mecca col figlioletto avuto da Ibrahim I. A Malta sarebbe morta, il figlio diventato fra Domenico Ottomano. Di tanto non vi è alcuna traccia storica.
A COMPLICARE il mistero una tela raffigurante una giovane donna in abbigliamento orientale, conservata in Municipio. Un ritratto di Giacometta inviato dalla stessa, la “favola” racconta, alle suore una volta rientrate nel ricostruito convento delle Clarisse. Un falso. Il professore Tommaso Adabbo dimostrò essere una copia postuma di autore ignoto di un dipinto ben noto, replicato più volte, del pittore milanese Del Cairo.
ORA è la volta del quadro del guerriero con monaca. Si trovava presso il Convento Santuario francescano “San Matteo” di San Marco in Lamis. Lo storiografo Giacomo Telera e l’architetto Antonello D’Ardes lo hanno segnalato all’assessora comunale alla cultura Maria Teresa Valente che ha annunciato di averlo diligentemente acquisito, donato da quei frati francescani, ai beni culturali del Comune per l’opportuno restauro.
DAI PRIMI rilievi non pare possa soccorrere a chiarire qualche aspetto della storia. Il dipinto è ben posteriore ai fatti cui si vorrebbe ricollegarlo. Probabilmente l’autore, sconosciuto, ha voluto immaginare sulla tela un momento di un racconto indubbiamente affascinante, caro alla cultura popolare. Un reperto che in ogni caso va ad arricchire il patrimonio artistico comunale, che richiama un passaggio eclatante della storia di Manfredonia, segno dell’interesse per il “caso Giacometta”, ma che tuttavia non aiuta a risolvere il mistero che racchiude in sé.
Michele Apollonio

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