«No Cap», nasce a Foggia il pomodoro «firmato» dai migranti

Il caporalato non è stato sconfitto e sarà molto dura riuscire a debellarlo dalle nostre campagne, inutile farsi illusioni almeno per il momento. Ma n

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Il caporalato non è stato sconfitto e sarà molto dura riuscire a debellarlo dalle nostre campagne, inutile farsi illusioni almeno per il momento. Ma nel solco di alcune piccole e finora sporadiche iniziative di promozione del lavoro legale, promosse finalmente in forma più decisa nelle ultime settimane in Capitanata (come il trasporto dei migranti nei campi organizzato dalla Flai Cgil, la linea etica di Princes già al secondo anno), si delineano nuovi e incoraggianti percorsi. Lunedì l’associazione “No Cap” di Yvan Sagnet sarà a Foggia per lanciare un progetto interessante: una linea di pomodoro trasformato e da vendere sugli scaffali dei supermercati a un prezzo che tenga conto dei costi reali per produrlo. E dunque lavoratori regolarmente sotto contratto, costi per il trasporto della manodopera, spese di trasformazione.

La linea su cui si lavorerà è quella del pomodoro fresco, ma l’obiettivo di No Cap è di sperimentare questo percorso anche su altre tipologie di prodotto della campagna foggiana quando tra qualche settimana non ci sarà più pomodoro da raccogliere. E dunque ortaggi, verdura e altro ancora visto che l’agricoltura in questa fiorente provincia non va mai in vacanza. Analoga sperimentazione l’associazione di Sagnet intende attuare nel Metapontino con la raccolta e vendita a prezzo equo di carciofi e melanzane coltivati in loco e in provincia di Ragusa con il pomodoro nero e giallo coltivato in serra. Si comincia però dalla Capitanata dove la raccolta del pomodoro quest’anno ha dilatato i tempi a causa del maltempo in primavera che ha distrutto centinaia di ettari di coltivazioni.

Lunedì mattina Sagnet sarà al Centro territoriale per l’impiego di via San Severo per promuovere un percorso: l’assunzione di 40 lavoratori presso aziende del posto. I migranti che l’associazione porterà all’Ufficio del lavoro vivono nei ghetti di Rignano, borgo Mezzanone e in altri luoghi di degrado che contornano la campagna foggiana. I lavoratori (molti dei quali hanno deciso di recidere il cordone ombelicale che li lega ai caporali) dovranno risultare in regola con le leggi del mercato del lavoro e dunque dovranno esibire un permesso di soggiorno per motivi umanitari e poter disporre di un luogo di residenza. Una volta superato questo scoglio (tutt’altro che semplice da saltare), i lavoratori verranno iscritti nelle liste di prenotazione e quindi ingaggiati da un’azienda del territorio che ha già fornito la sua disponibilità all’assunzione di questa manodopera secondo quanto riferisce Sagnet nell’intervista che pubblichiamo a fianco.

I lavoratori avranno un contratto di quindici giorni, il pomodoro raccolto verrà trasformato dall’azienda foggiana e venduto a un prezzo «equo», circa il 30% in più (riferiscono sempre da No Cap), trattandosi di produzione biologica e peraltro riferita a una linea dedicata. Ma questa è solo la parte iniziale del progetto. No Cap avrebbe già in mano un accordo con la grande distribuzione organizzata per il lancio di una linea etica, da vendere in alcuni supermercati del territorio. I particolari di questo accordo non sono stati ancora resi noti, ma si dovrebbero conoscere a stretto giro. Per il momento il dato rilevante è l’assunzione di altri 40 lavoratori attraverso il centro per l’impiego e l’attivazione di procedure a norma di legge.

YVAN SAGNET: «L’ATTENZIONE DELLE IMPRESE STA CAMBIANDO SUL LAVORO IRREGOLARE»: «Lunedì porteremo i ragazzi a fare le visite mediche, quindi faranno le assunzioni attraverso il centro per l’impiego. Dovrebbero cominciare a lavorare nei campi intorno al 5 settembre», dice Yvan Sagnet, attivista camerunense, da anni in Italia, fondatore dell’associazione No Cap nata per promuovere iniziativa in favore dell’integrazione del lavoro extracomunitario.

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