9 OLIO E VINO: QUANDO I FRUTTI DELLA TERRA DIVENTAVANO SACRI NEL GARGANO E NELLA DAUNIA. Cosa potevano avere in comune un boccale d’olio appena
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OLIO E VINO: QUANDO I FRUTTI DELLA TERRA DIVENTAVANO SACRI NEL GARGANO E NELLA DAUNIA.
Cosa potevano avere in comune un boccale d’olio appena spremuto, una coppa di vino e una lampada accesa nel buio di un santuario? Molto più di quanto potremmo immaginare.Per scoprirlo dobbiamo tornare a un tempo in cui, sul Gargano e nelle terre della Daunia, i prodotti della campagna non erano soltanto una risorsa alimentare, ma entravano nella vita religiosa, nelle feste e nei gesti collettivi delle comunità. Proprio l’autunno, con la vendemmia e l’inizio della raccolta delle olive, rappresentava uno dei momenti più significativi di questo rapporto fra l’uomo e la terra.Due prodotti, l’olio e il vino, destinati ad assumere significati differenti, ma spesso accomunati da un medesimo valore: quello del dono.Prendiamo l’olio per esempio, e il suo legame con la “luce”. A Monte Sant’Angelo esisteva un’usanza che oggi può apparirci sorprendente. Giovanni Tancredi, nel suo “Folclore garganico” del 1938, racconta che tra le compagnie di pellegrini dirette al santuario dell’Arcangelo Michele ve n’era una che portava un’offerta particolare. Era la compagnia proveniente da Bitonto.I pellegrini trasportavano grossi recipienti d’olio destinato ad alimentare, durante l’anno, la lampada votiva della Sacra Spelonca. Non si trattava, dunque, di un semplice dono alimentare. Quell’olio sarebbe diventato luce, mantenendo viva una fiamma nel luogo più sacro della montagna. Un gesto concreto nel quale la fatica dei campi, la produzione agricola e la devozione finivano per incontrarsi.Nella tradizione cristiana l’olio possiede una simbologia complessa: richiama l’abbondanza, la forza, la guarigione e la consacrazione. La sua capacità di alimentare una fiamma gli conferisce inoltre un ruolo particolare nella pratica delle lampade votive. E sul Gargano questa relazione fra materia e spiritualità assumeva una forma visibile, fatta di pellegrini, recipienti e offerte.Poi c’è il vino, la vendemmia e il tempo della festa. Mentre l’olio poteva trasformarsi in luce, il vino scandiva un altro momento della vita collettiva.Il Museo Etnografico Tancredi conserva testimonianze delle antiche pratiche vinicole di Monte Sant’Angelo. Nella valle di Carbonara, territorio storicamente caratterizzato dalla presenza di vigneti, la produzione del vino rappresentava un’importante attività agricola.La vendemmia si svolgeva generalmente in ottobre, dopo la festa di San Michele del 29 settembre. L’uva veniva trasportata nei pigiatoi e schiacciata con i piedi, prima della successiva lavorazione con i torchi. Ma il raccolto non era soltanto fatica. Canti, incontri e momenti festosi accompagnavano una lavorazione che coinvolgeva famiglie e comunità.La trasformazione dell’uva in vino segnava il passaggio da una stagione all’altra e offriva l’occasione per celebrare il risultato del lavoro agricolo. Una dimensione sociale che, nella religiosità cristiana, conviveva con un significato liturgico ben distinto: quello del vino utilizzato nell’Eucaristia.Nella simbologia sacrale garganica, olio e vino si incontravano, intrecciando i loro significati. A San Nicandro Garganico, la tradizione popolare legata a San Martino, l’11 novembre, offre un esempio particolarmente interessante.Secondo una testimonianza raccolta da Antonio Monte, la festa prevedeva la condivisione di pane, olio nuovo, vino e acciughe. Lo stesso racconto ricorda che il primo boccale d’olio prodotto da un mulino del quartiere veniva destinato alla lampada della chiesetta di San Martino. Un’offerta religiosa, dunque, accanto a un momento di convivialità.L’olio illuminava il luogo sacro; il vino accompagnava il ritrovo degli abitanti. E il pane, insieme agli altri alimenti, diventava occasione di condivisione. Sono gesti che raccontano una società nella quale i prodotti della terra non appartenevano soltanto alla sfera privata, ma contribuivano a costruire i rapporti fra gli uomini.Eppure il rapporto fra bevande, recipienti e ritualità è documentato anche in epoche assai precedenti.Negli scavi della necropoli di Valle Castagna, ad Ascoli Satriano, gli archeologi Marisa Corrente e Maria Grazia Liseno hanno riconosciuto, all’interno di alcuni corredi, vasi destinati a pratiche di libagione. Fra questi compaiono brocche e coppe, come le oinochoai e le kylikes, forme caratteristiche del mondo antico.Le libagioni consistevano nel versamento rituale di liquidi e potevano accompagnare cerimonie di carattere religioso o funerario. Gli studiosi hanno discusso anche il possibile ruolo del vino in questi contesti. Non possiamo però affermare che ogni vaso contenesse vino, né stabilire una continuità diretta fra quei rituali e le successive usanze cristiane.Le testimonianze appartengono a mondi storici differenti. Ma rivelano quanto profondamente il gesto di offrire o condividere una bevanda potesse caricarsi di significati simbolici.Un altro tassello arriva dalle ricerche archeobotaniche condotte a Montecorvino, nei Monti Dauni. Lo studio di migliaia di resti vegetali medievali ha documentato, fra numerose altre risorse alimentari, la presenza di olive e uva. Una testimonianza materiale della lunga importanza di queste colture nella storia agricola della Capitanata, senza che ciò dimostri, da solo, l’esistenza di particolari riti.Fra la Daunia antica, il Gargano medievale e la civiltà contadina documentata dagli etnografi trascorrono molti secoli. Cambiano le credenze, i rituali, le comunità e le interpretazioni del sacro. Rimane però un elemento ricorrente nella storia del Mediterraneo: la capacità di attribuire ai prodotti della terra un valore che va oltre quello materiale.L’olio poteva essere nutrimento, merce, luce e offerta.Il vino poteva accompagnare il lavoro, il convivio, la festa e la celebrazione religiosa.E dietro questi gesti si riconosce un bisogno profondamente umano: dare significato a ciò che la natura offre e che il lavoro trasforma.Oggi versiamo l’olio nuovo sul pane e assaggiamo il vino della stagione forse senza pensarci troppo. Ma quegli stessi prodotti, in altri tempi, potevano illuminare un santuario, accompagnare un rito o riunire un intero paese. E così, talvolta, per comprendere il passato non occorre cercare oggetti straordinari. Basta osservare ciò che ancora oggi mettiamo sulla nostra tavola.E voi? Nelle vostre famiglie si conservano racconti, gesti o tradizioni legati all’olio nuovo e al vino d’autunno?
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonti:
– Giovanni Tancredi, “Folclore garganico” (1938). Fonte etnografica primaria per l’offerta d’olio dei pellegrini di Bitonto alla grotta micaelica, richiamata anche dalla storica Teresa Maria Rauzino- Museo Etnografico Tancredi, Monte Sant’Angelo, sezione Produzione del vino. Documenta la vendemmia dopo San Michele, la valle di Carbonara e i momenti collettivi della lavorazion Marisa Corrente e Maria Grazia Liseno, “Osservazioni sulla storia del popolamento di Ausculum preromana: la comunità di Valle Castagna”, in Atti del 30° Convegno Nazionale sulla Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia, 2010, in particolare pp. 274-276. Ricerca archeologica condotta nell’ambito delle attività della Soprintendenza, con discussione delle libagioni e dei recipienti rituali- Valeria Della Penna, “Tradizione e modernità delle pratiche agricole nei Monti Dauni”, Università di Foggia, 2024. Tesi di dottorato fondata sull’analisi di 31.947 resti botanici provenienti da Montecorvino. Catechismo della Chiesa Cattolica, paragrafi 1293-1294 e 1333-1335. Fonte ufficiale per il significato dell’olio nell’unzione e del pane e del vino nella liturgia cristiana.
– Antonio Monte, San Martino – Pane, Acciuga, Olio e Vino, testimonianza sulle consuetudini di San Nicandro Garganico, ripresa da Teresa Maria Rauzino. È una fonte di storia locale, non uno studio accademico: per questo nel post il racconto viene attribuito esplicitamente all’autore e non presentato come prova di un rito di origine antica.

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