GARGANO: LE ANTICHE MINIERE DELLA PREISTORIA.

L’evoluzione umana, come la storia ci insegna, passa anche dalla scoperta, dalla lavorazione e dall’utilizzo di risorse naturali. Saper sfruttare

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L’evoluzione umana, come la storia ci insegna, passa anche dalla scoperta, dalla lavorazione e dall’utilizzo di risorse naturali. Saper sfruttare per proprio vantaggio e benessere quello che la Natura mette a disposizione è fondamentale per lo sviluppo e la crescita delle comunità umane.
C’è stato un tempo in cui il Gargano rappresentava il territorio di riferimento per questo tipo di risorse, sviluppando di fatto anche le prime forme di scambio “commerciale” (concedeteci il termine), soprattutto in certi periodi storici. Ma procediamo con ordine.
Il promontorio del Gargano, infatti, è ricchissimo di selce di ottima qualità che, a partire dal Neolitico, venne estratta ricorrendo allo scavo di vere e proprie miniere: le prime realizzate in Europa per l’approvvigionamento di una materia prima strategica.
Massimo Tarantini, del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena, ci racconta che il Gargano è stato il più antico distretto minerario d’Europa. Lo sanno in pochi. Il termine “distretto” non è casuale. Le ricerche degli ultimi quarant’anni (a oggi) sul promontorio pugliese hanno, infatti, portato in luce un’ampia rete di miniere preistoriche, attiva per ben 3.500 anni, dal primo Neolitico alla fine dell’età del Rame, grosso modo dagli inizi del VI alla metà del III millennio a.C.
Queste miniere erano rivolte all’estrazione della selce, roccia dal colore variabile che per tutta la preistoria ha costituito la principale materia prima di origine minerale. Con essa furono fabbricati la quasi totalità dei manufatti giunti fino a noi.
Una ricchezza paragonabile all’oro o al petrolio di oggi. La qualità della selce garganica era tale che gli antichi abitatori dei territori circostanti erano disposti ad affrontare lunghi viaggi per approvvigionarsene.
Infatti, la selce del Gargano è di ottima qualità per la scheggiatura e questo fattore favorì senz’altro anche il suo popolamento in età preistorica.
Tutt’oggi, nonostante decenni di raccolte indiscriminate, è ancora possibile individuare in superficie grandi dispersioni di selci lavorate. Il più delle volte, si tratta di aree di lavorazione della selce, direttamente collegate ai punti di estrazione della materia prima.
Se ne rese conto, fin dagli anni Trenta del secolo scorso, Ugo Rellini, al quale dobbiamo le prime scoperte di miniere di selce sul Gargano.
Fino agli anni Ottanta, tuttavia, si è ritenuto che il fenomeno fosse riferibile alla sola età del Rame (circa 4.000-2.500 a.C.) e che interessasse strutture sotterranee di piccole dimensioni. Il quadro cambiò radicalmente con la scoperta della miniera della Defensola, nel territorio di Vieste, dove la presenza di ceramica impressa permise subito di retrodatare al Neolitico antico, ovvero agli inizi del VI millennio a.C., l’inizio delle attività minerarie sul Gargano.
È stato dimostrato, quindi, che non solo il Gargano rappresentava un territorio ricco di materia prima fondamentale per quelle prime culture, ma che vi erano sul promontorio veri e propri lavoratori specializzati in grado di fornire il prodotto “finito” e “pronto all’uso”.
La Defensola si rivelò una miniera sorprendente per dimensioni, complessità e condizioni di conservazione. Il Tarantini ci spiega, inoltre, che siccome i suoi ingressi originari crollarono in antico, forse per un terremoto, l’interno si è conservato in larga parte nelle condizioni originarie e per circa tremila metri quadrati è ancora percorribile (sempre che si abbia voglia di muoversi in un ambiente alto in media cinquanta centimetri).
Le ricerche sulla Defensola hanno permesso di comprendere aspetti importanti del lavoro svolto in miniera durante il Neolitico. Si lavorava in ambienti dov’è difficile muoversi e orientarsi; ambienti oggettivamente ostili e pericolosi, rischiarati dalla fioca luce di lucernette in pietra. I tempi di lavoro non dovevano essere brevi, a giudicare dal rinvenimento di contenitori ceramici con residui di cibo.
Ma ancora più sorprendente è il fatto che lo sfruttamento minerario era attentamente pianificato e sistematicamente indirizzato a zone profonde, distanti oltre cento metri dagli ingressi (mezz’ora in termini di percorrenza, strisciando sul ventre).
Tale pianificazione è indicata da lunghi corridoi appositamente creati per accedere in modo diretto ai fronti di estrazione più profondi. Molti di questi corridoi erano delimitati da muretti a secco di contenimento, a conferma ulteriore dell’ipotesi di una gestione pianificata.
Qualcosa di incredibilmente straordinario per l’epoca di riferimento. Ma continuiamo.
La Defensola è per ora l’unica miniera del Gargano studiata più a fondo. Il confronto con altre miniere neolitiche nello stesso territorio di Vieste (San Marco, Arciprete, Defensola C) mostra, però, che essa non fu un’eccezione: siamo di fronte all’applicazione costante, per oltre mezzo millennio, di un modulo estrattivo standardizzato, che attesta un livello di specializzazione tecnica avanzata, oltre che precoce.
Nel contesto del Neolitico antico, tuttavia, altre evidenze archeologiche e i confronti etnografici portano a scartare l’ipotesi che la “specializzazione” suddetta fosse a tempo pieno, cioè con lavoratori fissi dediti in maniera permanente ed esclusiva a un’attività “strategica” non di sussistenza. Almeno per il Neolitico antico, appunto.
È più probabile che i minatori neolitici fossero “specialisti” a tempo parziale, per i quali l’attività estrattiva doveva rientrare nel quadro della ciclicità delle attività produttive, propria delle società agricole.
L’attività mineraria subì una battuta di arresto nel V millennio a.C., nel Neolitico medio e in tutto il superiore. Pochi e di piccole dimensioni sono i complessi minerari riferibili a questo periodo. Tale flessione produttiva è da collegare a fenomeni di più ampia scala: il Gargano conobbe allora un forte calo demografico, almeno a giudicare dalla scarsità di rinvenimenti archeologici attribuibili a quell’epoca, e lo stesso fenomeno interessò il vicino Tavoliere, che era stato intensamente popolato nel VI millennio a.C. e aveva costituito un importante bacino di destinazione della selce estratta dalle miniere.
Agli inizi del IV millennio – siamo ormai nell’età del Rame – con la ‘facies’ di Macchia a Mare, il Gargano mostra segni di ripresa del popolamento.
Contestualmente, riprende anche l’attività estrattiva. Quest’ultima, tuttavia, assunse connotati nuovi che durarono per tutta l’età del Rame (4.000-2.500 a.C.): a strutture di lunga durata e tecnologia complessa, si sostituì un sistema estrattivo semplificato e meno standardizzato, che si adattava in maniera opportunistica a formazioni geologiche di diversa compattezza. Adesso, non era più solo il territorio di Vieste a essere sfruttato, ma tutto il retroterra di Peschici, alcune colline presso Vico del Gargano e l’area a est di Mattinata (negli ultimi anni, altre aree di interesse sono venute alla luce).
La semplificazione tecnologica cui assistiamo nell’età del Rame rese meno specializzata l’attività di estrazione della selce. Ma non per questo la sua efficacia venne meno. La selce del Gargano circolò verosimilmente in tutta l’Italia meridionale e gli splendidi coltelli presenti in molte sepolture dell’area tirrenica suggeriscono che il suo uso si era allargato alla produzione di oggetti di forte valore simbolico, come strumento di ostentazione del potere.
Conosciamo tutti il rapporto che i garganici hanno sempre avuto con le pietre e la selce in particolare. La ‘pietra di fulmine’ (come veniva chiamata) coinvolse anche folklore, superstizione e fede religiosa nei secoli successivi. Ma questa storia la racconteremo in un altro intrigante post.
Nessuna descrizione della foto disponibile.
Foto e parte del testo: “Gargano: minatori nella preistoria”, Massimo Tarantini, articolo su Archeologia Viva n. 147, maggio/giugno 2011, pp. 30-39.
Archivio web di Giovanni BARRELLA.

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