Siamo ad Assisi, un luogo dove ogni pietra racconta una storia antica e ogni angolo racchiude in sé la spiritualità del Medioevo. Ma questa p

Siamo ad Assisi, un luogo dove ogni pietra racconta una storia antica e ogni angolo racchiude in sé la spiritualità del Medioevo.
Ma questa piccola gemma umbra non è famosa solo per il suo straordinario patrimonio storico, artistico e architettonico: è qualcosa di molto più profondo, quasi indescrivibile, che attira milioni di viaggiatori da tutto il mondo.
Chi viene qui non si limita a camminare come un semplice turista.
Inizia un viaggio interiore, spirituale.
Seguendo le orme di San Francesco, aspira a toccare una dimensione al di sopra dei sensi, che trascende la materia, anche se solo per un momento.
Si trovano molti luoghi in questo viaggio dello spirito, ma nessuno è così famoso quanto la Basilica di San Francesco, che si erge imponente da chilometri di distanza e lascia un segno nella memoria e nella mente di chiunque l’abbia vista, anche solo una volta. Impressionante e sempre nuova allo sguardo, la Basilica è in realtà una struttura divisa in due parti: quella inferiore, piccola e intima, che custodisce la tomba del santo; e quella superiore, luminosa e slanciata, dove l’arte può farsi racconto sacro.
Inoltre, al centro della Basilica Superiore, c’è un dettaglio che lega Assisi… al Gargano!
Di cosa si tratta?
Torniamo alla Basilica superiore e focalizziamoci sulla sua meravigliosa navata centrale.
Qui è possibile ammirare uno dei cicli pittorici più importanti del Trecento, attribuito a uno dei più grandi artisti italiani della storia: Giotto.
Parliamo di 28 affreschi che in qualche modo rappresentano momenti cruciali della vita di San Francesco, ispirati alla “Leggenda Maior”, scritta da San Bonaventura.
Bruno Dozzini, poeta e autore di “GIOTTO. LA LEGGENDA FRANCESCANA NELLA BASILICA DI ASSISI”, puntualizza a tal proposito:
“… i 28 affreschi non sono una vera e propria biografia di Francesco, […] ma una dimostrazione ed esortazione di come l’uomo debba uniformarsi alla volontà di Dio per trasformarsi in quello che il Vangelo chiama ‘Uomo Nuovo’…”
Le tavole hanno dimensioni considerevoli, tenendo conto che 26 delle 28 raffigurazioni, sono di metri 2.70 per 2.30, coprendo una superficie dipinta di oltre 6 metri quadrati ciascuna.
Una di queste tavole è denominata:
“Apparizione di Francesco a frate Agostino e al vescovo Guido”.
La tavola racconta dell’apparizione di Francesco, nella stessa notte del suo transito, al vescovo Guido d’Assisi e a frate Agostino, ministro provinciale dei frati della Campania. Quest’ultimo, malato da tempo, spirò poco dopo l’apparizione, pronunciando le seguenti parole:
“Aspettami, Padre, aspettami! Eccomi: vengo anch’io con te”.
Ma torniamo al vescovo Guido d’Assisi. Durante l’apparizione, Francesco gli disse:
“Ecco, io lascio il mondo e vado al Cielo”.
Il vescovo è una figura storicamente attestata, anche se le notizie biografiche sono frammentarie. Secondo la “Legenda Maior” di San Bonaventura, è proprio davanti a lui che avviene l’episodio della spoliazione di Francesco, rinunciando ai suoi abiti e all’eredità del padre. Guido d’Assisi fu probabilmente il primo alto prelato a riconoscere ufficialmente la vocazione religiosa di Francesco e gli diede sostegno morale e istituzionale.
Ebbene, nella scena raffigurata da Giotto, il vescovo ebbe l’apparizione in un luogo molto particolare: al Santuario di San Michele Arcangelo sul monte Gargano, nonché Monte Sant’Angelo.
Chi conosce in dettaglio la vita del Santo, sa quanto fosse profonda la sua devozione per San Michele Arcangelo. Devozione che andò ben oltre la semplice venerazione, tanto che ogni anno, dalla festa dell’Assunzione, che cade il 15 agosto, al 29 settembre, giorno di San Michele, intraprendeva una sorta di “Quaresima personale” all’Angelo. Un gesto di meditazione, di vera e propria ascesi.
Non solo.
Nel 1216, Francesco intraprese un lungo pellegrinaggio recandosi alla Sacra Grotta di Monte Sant’Angelo sul Gargano (passando per Siponto) dove, secondo la tradizione, era apparso San Michele.
Ma, giunto all’ingresso della grotta, non osò varcarne la soglia.
Non si sentiva abbastanza degno di entrare in questo luogo che sembrava non appartenere a questa terra, così profondamente sacro. Così, rimase lì, a pregare, consapevole della grandezza del mistero che aveva di fronte a sé.
Non sorprende, quindi, che Giotto abbia voluto inserire il santuario garganico nelle vicende più rappresentative del Santo.
Riportiamo qui sotto la dicitura originale in latino della tavola:
“MINISTER TERRAE LABORIS CUM LABORARET IN EXTREMIS ET DIU IAM PERDIDISSET LOQUELAM, CLAMAVIT ET DIXIT: EXPECTA ME, PATER, ECCE VENIO TECUM ET STATIM DEFUNCTUS SECUTUS EST SANCTUM PATREM.
EPISCOPUS INSUPER ASSISII CUM ESSET IN MONTE SANCTI MICHAELIS ARCHANGELI VIDIT BEATUM FRANCISCUM DICENTEM SIBI: ECCE VADO AD COELUM. ET TALI HORA ITA INVENTUM EST.”
Traduzione tratto dal libro di Bruno Dozzini:
“Un Ministro in ‘Terra di Lavoro’, già allo stremo delle forze e da lungo tempo senza l’uso della parola, si mise a gridare esclamando: ‘Aspettami, o Padre, ecco che vengo con te’ quindi all’istante morì e seguì il Santo Padre.
Contemporaneamente, il Vescovo di Assisi, mentre si trovava al monte di San Michele Arcangelo, ebbe la visione del beato Francesco che gli diceva: ‘Ecco io vado al Cielo’. E ciò infatti accadeva alla stessa ora.”
Fotografie: A. GRANA.
Fonti:
– “Giotto. La leggenda francescana nella Basilica di Assisi”, B. Dozzini (Editrice Minerva Assisi).
– “Il Vescovo Guido o i Vescovi Guido?”, N. D’Acunto (Mélanges de l’école française de Rome ).
– “La devozione di San Francesco d’Assisi per l’Arcangelo Michele. Gli agiografi francescani e il Gargano”, in “Siponto e Manfredonia nella Daunia”, I. Aulisa (Atti del Convegno della Società di Storia Patria, sezione di Manfredonia)

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