Nessun ricordo pubblico per le vittime sciagure civili

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La storia di Manfredonia è ricca di eventi che hanno lasciato un segno significativo per capire e interpretare il percorso che la città ha compiuto. Eventi esaltanti ma anche drammatici, con grande prevalenza dei primi, come una oggettiva valutazione dello stato attuale del territorio attesta largamente e inconfutabilmente. Naturalmente non è un Paradiso, ma una città come tante con le positività e le negatività. Per aspera ad astra, ricorda un antico motto latino. Un fil rouge che sovrintende al divenire di una comunità.
Manfredonia non si sottrae a questa legge naturale: ha avuto i suoi impeti costruttivi, ma anche le sue sciagure. Non molte queste ultime, ma oltremodo significative. Qualcuna anche con vittime. Che si sono dimenticate. Una grave lacuna nella cultura manfredoniana. Il riferimento è alle vittime civili, ché quelle militari della Grande guerra sono ben memorizzate in un monumento, che i maggiorenti manfredoniani del tempo eressero nel Parco della rimembranza, e riportarono nomi e cognomi in una lastra di marmo esposta sulla parete del Municipio. C’è anche il sacello del Milite ignoto.
Nessuna menzione, alcuna memoria per i concittadini caduti nell’adempimento dei propri doveri di lavoro o di circostanze casuali. Per loro nessuna menzione, come se non fossero mai esistiti gli episodi tragici e le relative vittime.
In cima alla lista sono certamente i pescatori dispersi in mare a causa di burrasche che hanno travolto la barca sulla quale erano imbarcati. Non c’è neanche una lista di quanti hanno perso la vita in quel modo. Tanti a giudicare dalle donne – madri, mogli, familiari – che dalla balconata del Pertuso del monaco protesa sul mare del golfo, scrutavano con alte grida, l’orizzonte turbolento.
Di quelle vittime non c’è traccia nell’ordinario cittadino. Un oblio tanto più grave in quanto Manfredonia è una città marinara.
E che dire di quelle innocenti vittime dell’alluvione che colpi la città nel 1972 in modo tanto improvviso quanto violento e ripetutasi 4 anni dopo. Quattro concittadini – tre bambini e un anziano – persero la vita, ghermiti dalla furia della fiumana che invase la città. I tre bambini – Giovanni e Nina Riccardo e Raffaella Tomaiulo – sono stati colti nel sonno in un basso di Via Tribuna, mentre l’uomo – Alessandro Manzella – è stato travolto in via Sinigaglia (oggi delle Cisterne) dall’impetuoso corso d’acqua che arrivava fino al mare.
Anche qui nessun segno di memoria di un disastro il più grave occorso a Manfredonia, e delle quattro vittime causate. Ci sono state altre alluvioni, come quella del 1976, che hanno provocato gravi danni alla città e al territorio, ma per fortuna nessuna persona è rimasta danneggiata.
Così come per buona sorte nessuna vittima e solo qualche ferito leggero si registrò nel disastroso incendio del “Mulino e pastificio D’Onofrio e Longo” avvenuto il 15 dicembre 1950 per autocombustione del grano stivato. Sorto agli inizi del ‘900, con sede nella centralissima via Arcivescovado, tra via Tribuna e l’oggi via Antiche mura, era uno stabilimento industriale che dava lavoro a centinaia di dipendenti.
Il fuoco divampato violento, distrusse solo in parte il complesso industriale. L’attività fu ripresa ma limitatamente al pastificio. Si tentò la ricostruzione del mulino che però non venne portata a termine anche per la morte di D’Onofrio. L’azienda cessò ogni attività il 31 dicembre 1966. Di quel complesso non vi è più traccia, al suo posto è sorto un civile supercondominio.
Ma non si è persa la memoria. Sull’edificio che lo ha sostituito, a cura dell’avvocato Enzo D’Onofrio, nipote dell’omonimo titolare del mulino, e il contributo del Comune di Manfredonia, è stata collocata una lapide che ricorda quella importante pagina della storia di Manfredonia.
Non è andato a buon fine il progetto ideato dal Circolo Unione del presidente Pio Longo, di erigere un monumento alle “Eroine sconosciute”, per ricordare quelle donne silenziose che hanno sacrificato la propria esistenza a beneficio della società, della patria. È rimasta però l’intitolazione della piazza, quella alberata di Corso Roma.
Silenzio assoluto su un’altra pagina dolorosa di Manfredonia, quella di settembre del 1943 quando le truppe tedesche ormai in ritirata tennero sotto scacco la città con la minaccia di far saltare il porto, il castello, e lo stesso Mulino e pastificio. Una nefanda prospettiva che avrebbe cancellato la storia della città, sventata grazie all’intervento deciso e accorato dell’arcivescovo Andrea Cesarano che non ha esitato, tra le tante sue provvidenziali determinazioni, a schierarsi dinanzi a un plotone di esecuzione pronto a fucilare venti manfredoniani rastrellati per ritorsione.
Ventotto giorni di terrore durante i quali successe di tutto anche la morte di due soldati tedeschi e di un ragazzo manfredoniano, che non trascese in conseguenze tragiche, grazie alla presenza di quel sant’uomo di arcivescovo Cesarano.
Anche di quella vicenda scolpita nella storia cittadina ma che la città non ha riservato alcuna testimonianza, un doveroso ricordo, un atto di riconoscenza verso un vero salvatore di Manfredonia.
Michele Apollonio

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