Uno stadio di calcio decentrato nell’assetto urbanistico

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LA PROTESTA DELLE “MAGLIETTE BIANCHE” ANCHE A MANFREDONIA: 3 ORE PER LA VITA!
Revoca ordinanza ma in parte della palazzina in Corso Manfredi
Questa sera ore 20.30 Obbiettivo Mente
Potrebbe essere un'immagine raffigurante spiaggia
I tafferugli avvenuti alla fine dell’incontro di calcio tra le tifoserie della squadra locale del Manfredonia e quella ospite della salernitana Ebolitana, militanti nella serie D e terminata con la vittoria dei padroni di casa, sono stati di una violenza inaudita, esplosa all’uscita dallo stadio di viale Miramare e propagatasi anche sull’attigua spiaggia. L’intervento delle forze dell’ordine ha potuto fare ben poco. Alcuni dei contendenti hanno dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Insomma uno spettacolo indecoroso, pericoloso, svoltosi in una zona nevralgica delle città, un tratto sul quale si concentra la passeggiata domenicale con la presenza anche di bambini.
E se lo “spettacolo” è stato quello standard ormai consueto in occasione di incontri calcistici ad ogni livello purtroppo, altrettanto standard è stata la condanna da parte della società calcistica sipontina e delle autorità cittadine.
Il sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca, ha espresso “ferma condanna”, denunciato il “danno di immagine alla città” che ha “scalfito la fiducia di tanti cittadini, famiglie, tifosi e appassionati che credono nei valori dello sport, come momento di crescita, aggregazione e comunità”. Ha infine ringraziato le “Forze dell’ordine per il lavoro svolto” e confermata “la propria disponibilità a rafforzare la collaborazione con le autorità competenti”, non senza aver richiamato “legalità, rispetto e sicurezza”.
Insomma il solito, collaudato copione “standard” che si tira fuori in occasioni del genere. Nessun cenno alle condizioni ambientali che hanno aumentato a dismisura la pericolosità della situazione conflittuale venutasi a creare, nessun riferimento alla presenza anomala di un impianto di calcio nel bel mezzo di un esteso rione urbano intensamente abitato e dotato di attività varie commerciali, costeggiato dal Viale Miramare, fiore all’occhiello della città, e dalla spiaggia cittadina.
Quando negli Anni venti, si pensò di dotare la città di un campo di calcio, si pensò a quella cava dismessa fuori dell’abitato che si fermava al castello. La città poi crebbe, si dilatò fino a Monticchio, inglobando quel rettangolo di gioco trasformato negli anni più recenti in stadio.
Una situazione non più sostenibile tant’è che nel 1987 si approfittò dei fondi “Italia 90” per costruire uno stadio calcistico dotato di pista per l’atletica leggera, in zona Scaloria decentrata rispetto all’abitato. Un miliardo di lire che non furono sufficienti a completare l’opera che venne abbandonata. Si preferì proseguire con lo “Stadio Miramare” sempre più incombente sul territorio con le sue esigenze di sicurezza.
L’escamotage escogitato è stato quello di ingabbiare lo struttura con una recinzione in ferro da montare e smontare ad ogni partita di calcio. Una oscenità scandalosa, un danno per tutto quell’area che veniva esclusa e blindata sin dal mattino e fino alla sera. Un espediente che non ha sortito l’effetto sperato, come appunto dimostrano i disordini di domenica scorsa, che ha finito per penalizzare e condizionare la società di calcio che deve affrontare problemi suppletivi a quelli ordinari sportivi.
Sulla necessità sempre più pressante di liberare quell’area da quell’intrusione anomala, e dare alla città il respiro che necessita, è stato steso non un velo ma una coltre di piombo. Una delle tante storture urbanistiche proliferate a Manfredonia sulle quali aleggia l’oscura indifferenza dei governanti susseguitisi alla guida della città. Fino all’incolpevole La Marca che si ritrova con un cerino fra le dita sempre più corto. Non risulta che uno stadio di calcio moderno, razionale, efficiente che risponda ai canoni di “legalità, rispetto e sicurezza”, sia all’odg dei programmi anche di questa amministrazione impegnata proficuamente su altri fronti fortemente gravosi per una attesa rigenerazione urbana, ma sarebbe il caso di cercare di inserire anche quest’opera che non è fine a sé stessa.
Michele Apollonio
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