Sono sette i carri allegorici selezionati per l’edizione 2027 del Carnevale di Putignano, dedicata al tema “Smascherata! Liberate le maschere”. I bo

Sono sette i carri allegorici selezionati per l’edizione 2027 del Carnevale di Putignano, dedicata al tema “Smascherata! Liberate le maschere”. I bozzetti, presentati dalle associazioni di cartapestai in risposta all’avviso pubblico della Fondazione Carnevale di Putignano, mettono in scena le maschere di tutti i giorni e le fanno cadere davanti al pubblico con sipari, pedane rotanti e maschere che cadono a
comando.
I sette carri dell’edizione 2027
Carta Bianca – «Il Collezionista di Maschere» (bozzetto di Francesco Lippolis). Un palcoscenico circolare e, al centro, un uomo con il volto del Diavolo tentatore che regge una maschera angelica dorata: l’illusione di purezza che ciascuno vorrebbe mostrare agli altri. Alle sue spalle, una grande libreria custodisce le maschere dei sette vizi capitali, che non sono pezzi da collezione ma identità, da scegliere di volta in volta. È la vita come messa in scena continua, in cui ogni maschera finisce comunque per tradire e rivelare qualcosa di chi la porta. Il carro è un raccoglitore di desideri e debolezze in cui ognuno può rispecchiarsi, e lascia al pubblico una domanda: ciò che crediamo essere il nostro vero volto è autentico, o è soltanto un’altra maschera?

Carta & Colore – «Anime oscure…» (bozzetto di Vito e Paolo Mastrangelo). Un trono infernale, un demone rosso e un vortice ipnotico di simboli – monete, loghi, cuori, like – che risucchia lentamente verso il basso. «Anime oscure» racconta il lato nascosto di ognuno, fatto di segreti, silenzi e cose non dette: l’inferno non è un luogo lontano, è quello che nasce dentro di noi quando cediamo a tentazioni, apparenze ed eccessi. Dietro il personaggio che mostriamo agli altri resta il demone interiore che tutti, almeno una volta, abbiamo provato a combattere e che ride di noi. Ma in cima al carro veglia una figura bianca: la luce in fondo al tunnel, l’anima che indica la via della purezza, della semplicità e del vero amore.

Cartaland – «Dis-illudi-amo-ci» (bozzetto di Marino Guarnieri). Lei è la Fattucchiera, la regina delle apparenze. Seduta sul trono, con il mantello di tutti i colori dell’inganno, regge un globo dorato in cui ha messo i sogni che ci vende ogni giorno: like, successo, soldi, reality, Rolex. In alto brillano, appese come lampadari, le maschere «ufficiali» del politico, dell’influencer, del vip. In basso, spente e ammucchiate ai piedi del trono, le nostre: il bravo dipendente, la mamma perfetta, l’amico sempre felice. Le indossiamo tutti i giorni e ormai non le vediamo neanche più. Poi la Fattucchiera alza le mani, ride e – puff – la maschera dorata cade. Sotto ce n’è un’altra, più cupa: quella della realtà. Il globo si spegne e dentro non ci sono più sogni: ci siamo noi, veri, con le nostre facce, le nostre urla, le nostre paure. È arrivato il momento di smetterla di recitare.

Carteinregola – «Appesi a un filo» (bozzetto di Deni Bianco). In una società di convenzioni e condizionamenti conduciamo spesso una vita diversa da quella che vorremmo, privati della libertà di essere realmente noi stessi, indossiamo una maschera diversa ad ogni occasione. Come in un gran teatrino in cui ogni marionetta ha il suo ruolo e recita una parte, siamo costretti a muoverci comandati dai fili di un copione occulto. Sul palco, Mangiafuoco è intento a manovrare Arlecchino e Pulcinella. I due ad un tratto scorgono Pinocchio l’unica marionetta che riesce a trasformarsi in essere umano, non perfetto ma vivo, con i suoi errori ma libero. E quel gesto li ispira. Cominciano insieme una danza liberatoria, finché i fili si spezzano e le maschere cadono. Etciù! Un grande starnuto arriva da dietro le quinte, anche Mangiafuoco si è commosso e ha smesso di recitare, anche la sua maschera è caduta. Possiamo spezzare i fili, toglierci la maschera, e provare a ritrovare finalmente noi stessi?

Conlemani – «L’ultima Smascherata» (bozzetto di Angelo Loperfido). Le maschere, nella vita, sono tante: le indossiamo per comodo, per gioco, per necessità, in una società che ci vuole tutti uguali. Ma dietro una maschera ce n’è un’altra, e un’altra ancora, come in un gioco di scatole cinesi: non basterebbe una vita per capire qual è il nostro volto vero, o quello degli altri. Il carro propone l’allegoria di una figura antica e universale, la Morte, con la falce e un grande orologio alle spalle, tra maschere che volano via: l’unica forza davanti alla quale ogni ruolo e ogni appartenenza perde definitivamente consistenza. Il Tristo Mietitore compie l’ultima smascherata, dopo le tante della vita. Nessuna maschera potrà più occultare né svelare, perché non ci sarà una continuazione. La Morte le rende tutte inutili e, proprio per questo, libere.

Farinella – «Emerald City» (bozzetto di Marino Guarnieri). Una rilettura del Mago di Oz come metafora della società dell’apparenza e del consenso. Nel romanzo di Baum la Città di Smeraldo non è verde: chi entra deve indossare occhiali con lenti verdi. Il verde è negli occhi di chi guarda, prima ancora che nelle mura. Da qui nasce una maschera che non copre il volto ma cambia ciò che gli occhi vedono. Al centro del carro, alto tre metri e mezzo, il volto del Mago, che avanza, ruota, muove gli occhi e apre la bocca; intorno, la città di guglie e cupole smeraldine; sopra, quattro scimmie volanti – l’Invidioso, il Rancoroso, Manipolatore, il Vanitoso; alla base, grandi fiori con un occhio al centro: si viene per vedere il carro e ci si accorge di essere guardati. Un sipario rosso si apre e sotto la maschera compare un uomo qualsiasi circondato da specchi. Il sipario si richiude, la pedana ruota, la maschera risale. Il pubblico ha visto come funziona il trucco, e continua a guardare la maschera. Perché quando una maschera si libera non lascia vedere un volto: lascia vedere chi ha scelto di guardarla.

L’Isola che non c’è – «L’Elefante nella stanza» (bozzetto di Diego Simone). L’opera allegorica è una critica al modello sociale contemporaneo, in cui il valore di una persona è strettamente identificato con la sua produttività, efficienza e capacità di raggiungere il successo. Nella società delle performance, del tempo frenetico e della cura minuziosa delle apparenze è sempre più complesso stare al passo. Spesso rispettare gli standard imposti ci spinge a creare una maschera sempre piu perfetta e a curarla come fosse il nostro unico, vero volto. Siamo sempre pronti a prendere posizione su tutto cio che succede nel mondo esterno: accendiamo dibattiti, manifestiamo il nostro dissenso, esprimiamo opinioni senza renderci conto che
stiamo trascurando il piu scomodo dei grattacapi: noi stessi. Il vero ELEFANTE NELLA STANZA che tutti ignoriamo pur vedendolo è il conflitto ancestrale tra la nostra vera identità e il sacrificio della stessa pur di sentirsi parte di un gruppo. Ma in una società in cui siamo costantemente online c’è ancora spazio per le sfumature che colorano la nostra goffa ed imperfetta personalità? Il carro è quindi un invito a smascherarsi dai costrutti sociali della vita quotidiana e a recuperare la nostra vera identità prima che si riduca ad un volto amorfo, svuotato della sua essenza.


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