Manfredonia paga un servizio rifiuti sempre più costoso e non riceve, nella percezione quotidiana dei cittadini, una città pulita. Strade, marciap

Manfredonia paga un servizio rifiuti sempre più costoso e non riceve, nella percezione quotidiana dei cittadini, una città pulita. Strade, marciapiedi, periferie, aree pubbliche e punti sensibili restano in condizioni indecorose, e nessuna comunicazione istituzionale può cancellare questa evidenza.
I numeri smentiscono ogni narrazione trionfalistica. Nel 2023 la raccolta differenziata era al 62,53%. Nel 2024 è scesa al 61,45%. Nel 2025 è risalita al 63,08%, ma il bilancio dei due anni è impietoso: appena 0,55 punti di miglioramento complessivo. Non è una svolta, è un ristagno mascherato da rimbalzo. Manfredonia resta sotto la soglia del 65%, a 1,92 punti di distanza, e la stessa validazione del PEF 2025 certifica come “non soddisfacente” il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata.
Il costo unitario effettivo del servizio è di 53,76 centesimi per chilogrammo, contro un parametro di riferimento di 44,52 centesimi: il 20,8% in più. Non è un dettaglio tecnico da archiviare: è la prova che Manfredonia spende sistematicamente sopra la media senza restituire ai cittadini una qualità urbana adeguata né una differenziata all’altezza. Un costo più alto dovrebbe comprare un servizio migliore. Qui compra, nella migliore delle ipotesi, la stessa mediocrità di prima.
E il servizio pagato non è solo la raccolta differenziata: include spazzamento, svuotamento cestini, pulizia di aree pubbliche e mercatali, lavaggio strade, diserbo, pulizia di spiagge e arenili, rimozione dei rifiuti abbandonati. L’inciviltà di chi abbandona rifiuti va sanzionata, ma non può diventare l’alibi permanente per giustificare ciò che il gestore è pagato per fare e non fa. Il Comune ha il dovere di controllare, contestare le inadempienze e applicare le penali: se non lo fa, la responsabilità politica ricade sull’amministrazione, non sui cittadini.
Nei documenti comunali relativi al nuovo PEF, i parametri R1 e R2, che misurano l’efficacia reale del riciclaggio di imballaggi e organico, sono rinviati al PEF del gestore, con caselle vuote e la dicitura “errore”. Anche il parametro H, sulla copertura dei costi efficienti, viene rimandato alla documentazione di ASE. Sappiamo la percentuale generale della differenziata, ma non sappiamo quanto viene davvero recuperato, quali siano gli scarti, quale la qualità dell’organico. Un buco informativo che non è casuale: è la cifra di un sistema che comunica il dato che conviene e nasconde quello che serve.
A rendere ancora più grave il quadro c’è un fatto che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore il futuro del servizio: con ASE non esiste ancora un contratto a lungo termine che consenta di programmare e realizzare gli investimenti strumentali necessari a modernizzare la gestione. Senza un orizzonte contrattuale stabile, nessun gestore investe seriamente, e il Comune resta ostaggio di una gestione emergenziale rinnovata per periodi.
La conseguenza più clamorosa di questa immobilità è sotto gli occhi di tutti: un impianto di selezione da un milione di euro, che potrebbe generare valore aggiunto reale attraverso una migliore valorizzazione dei materiali raccolti, resta fermo per la conclamata incapacità dell’amministrazione di risolvere il problema autorizzativo. Nonostante le maggiori risorse messe in campo e nonostante il personale aumentato, la città continua a essere sporca. È l’immagine plastica di un’amministrazione che accumula costi senza produrre efficienza.
Nel 2019 il costo a carico della TARI era di 10,53 milioni di euro. Nel 2026 il nuovo PEF prevede 12,32 milioni: quasi 1,8 milioni in più, +16,9% in sette anni. Il costo tariffario lordo, prima delle detrazioni, sfiora addirittura 12,92 milioni.
Tra il 2025 e il 2026 il costo ordinario del servizio aumenta di circa 139.893 euro, mentre le altre entrate usate per abbattere la tariffa calano da 405.783 a 329.855 euro, un peggioramento di 75.928 euro. L’effetto complessivo da neutralizzare è di 215.820,79 euro. Ed è esattamente questa cifra che scompare, non a caso, riducendo la quota del Fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE) ammessa in tariffa.
Nel 2025 il FCDE riconosciuto era di 1.877.192 euro. Nel 2026 l’accantonamento complessivo necessario sale a 2.768.952,02 euro, ma il nuovo metodo tariffario ne ammette in bolletta solo il 60%, cioè 1.661.371,21 euro: una copertura inferiore di 215.820,79 euro rispetto al 2025.
Che sia chiaro: il rischio di morosità non è diminuito di un euro. Nessuno ha dimostrato che i crediti siano diventati più facilmente riscuotibili. Semplicemente, si è scelto di finanziarne meno attraverso la tariffa. Su un FCDE complessivo di quasi 2,77 milioni, ben 1.107.580,81 euro restano fuori dalla copertura tariffaria. La TARI resta invariata non perché il servizio costi meno o funzioni meglio, ma perché una parte del rischio finanziario è stata semplicemente spostata fuori dal conto, e prima o poi qualcuno dovrà pagarla: o i cittadini con futuri aumenti, o il bilancio comunale con nuove tensioni di liquidità.
A peggiorare il quadro c’è una previsione di 281.036 euro l’anno dal recupero dell’evasione, per ogni anno dal 2026 al 2029. Ma nei prospetti 2024 e 2025 quella stessa voce risultava pari a zero. Nessun documento spiega come si passi da zero a una previsione costante e “stabile” di oltre 281 mila euro annui. Senza lo stock degli accertamenti, il tasso storico di riscossione e i tempi della riscossione coattiva, questa non è una previsione: è un numero inventato per far quadrare artificialmente il piano.
I fatti, spogliati della retorica, sono questi: il servizio costa il 20,8% in più del parametro di riferimento; la differenziata è cresciuta di appena 0,55 punti in due anni restando sotto il 65%; la città è sporca; manca un contratto di lungo periodo con ASE che consenta gli investimenti necessari; un impianto di selezione da un milione di euro resta fermo nonostante risorse e personale aumentati; e la TARI resta invariata solo grazie a una riduzione contabile della copertura sui crediti a rischio, sostenuta da un’entrata da recupero evasione priva di qualsiasi riscontro storicoAngelo Riccardi
Palombella Rossa
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