C'è qualcosa di rivelatore, quasi di involontariamente onesto, nel cartellone estivo 2026 del Comune di Manfredonia. Non tanto per quello che cont

C’è qualcosa di rivelatore, quasi di involontariamente onesto, nel cartellone estivo 2026 del Comune di Manfredonia. Non tanto per quello che contiene, ma per quello che tradisce. Perché un programma culturale non è mai solo un elenco di eventi: è una radiografia dell’anima politica di chi amministra. E questa lastra, purtroppo, mostra ossa rotte.
Oltre 200.000 euro di risorse pubbliche. Una cifra che imporrebbe visione, coraggio, identità. Invece consegna alla città una programmazione sciatta, priva di contenuti originali, costruita sul rimando continuo ad altri atti e contratti, un’assessora impegnata a comporre un puzzle con i pezzi forniti dai tanti protagonisti del governo cittadino. Improvvisazione non è la parola giusta: l’improvvisazione ha almeno la virtù dell’istinto. Qui siamo di fronte a qualcosa di più grave: l’assenza totale di pianificazione unita alla mancanza di coraggio intellettuale di chi teme il confronto con le proprie idee.E poi c’è la manifestazione “Ciambò”, oggetto di numerose polemiche lo scorso anno per il suo profilo spiccatamente privato. Finanziata con 25.000 euro dal bilancio comunale 2026, con altri 25.000 probabili attraverso un avviso regionale: un potenziale raddoppio del costo pubblico di cui, nel cartellone ufficiale, non si dice una parola. Nessuna chiarezza, nessuna comunicazione proattiva. Il silenzio, evidentemente, è diventato uno stile di governo, per evitare imbarazzi.A tutto questo si aggiunge un’altra assenza: il cartellone estivo dell’Assessorato all’Ambiente non è ancora pervenuto. Ma anche qui, nella logica che regna in questa amministrazione, ognuno fa per sé, ognuno pensa a sé, non c’è da stupirsi.
La tanto proclamata “partecipazione e inclusione” è diventata, nei fatti, un vocabolario riservato agli amici, ai sodali, ai compagni di viaggio. Il cartellone estivo, a sua volta, si rivela un’occasione per alimentare clientele e raccogliere consensi. Non è una critica ideologica: è una constatazione empirica. Guardare il cartellone per credere.Il problema, però, non nasce dall’assessora alla cultura. Nasce dall’alto, o meglio: dalla sua assenza.Il sindaco di Manfredonia è da tempo una figura politicamente delegittimata. Non dall’opposizione, non dai cittadini, almeno non solo. È delegittimato dalla sua stessa maggioranza, da quella geometria variabile di liste civiche autoreferenziali che compongono questo governo locale come un mosaico di potentati personali. Ognuno nel suo settore, ognuno padrone del suo orticello, con il tacito patto che nessuno metta il naso negli affari altrui. Il sindaco, se è sveglio, dorme. E la città ne paga il prezzo.Il risultato è un’amministrazione che non coordina, non pianifica, non narra. Ogni assessore è un’isola. E quando le isole non comunicano, naufragano tutte insieme.In questo scenario, il Partito Democratico, unico soggetto politico realmente organizzato, con il maggior numero di consensi raccolti alle urne, si ritrova ridotto a comparsa. Ridimensionato nei ruoli assessorili, marginalizzato nella visibilità pubblica, costretto a qualche sussulto per ricordare di esistere. Il potere, invece, è saldamente in mano alle liste civiche. Che non sono partiti, non sono movimenti: sono strutture di consenso personale, prive di vita democratica interna, prive di programma condiviso, prive di obblighi verso i propri stessi elettori. Funzionano come corti rinascimentali: fedeltà al signore, spartizione delle risorse, silenzio sugli equilibri.Gli ultimi esempi, sul piano del metodo, sono eloquenti e meritano di essere chiamati per nome. Prima la vicenda del Garante dei diritti delle persone con disabilità, con la nomina di Michele Gianluca Giordano, letta politicamente come espressione dell’area che fu CON. Poi la nomina di Carmela D’Apolito come Presidentessa del Comitato Festa Patronale, attivista della Pro Loco, ricondotta a Progetto Popolare.Per ruoli così delicati, figure di garanzia, di ascolto, di tutela, le procedure dovrebbero essere esemplari: trasparenti, pubbliche, partecipate, inattaccabili. Quando invece una nomina viene percepita come una decisione consumata nelle stanze del Palazzo, senza un percorso pubblico chiaro, senza un confronto visibile con il mondo associativo e con la città, il danno politico è enorme. Si prendono funzioni che dovrebbero incarnare l’interesse collettivo e le si espone al sospetto della spartizione. È un errore che non si misura in voti persi: si misura in fiducia bruciata.E qui sta il nodo più amaro. Perché sono esattamente le stesse questioni su cui il sindaco, in ogni occasione pubblica, continua a evocare trasparenza, partecipazione, inclusione, selezione per merito. Parole pronunciate con convinzione nei comunicati, ribadite nelle conferenze stampa, ripetute come un catechismo civico. Poi arriva la realtà, e smentisce tutto, puntualmente, ogni volta che si passa dalle intenzioni alle scelte concrete. Una valanga di chiacchiere. Buone per riempire i social, inutili per costruire una città.Ma il problema più profondo è che chi governa non riesce a raccontare una storia comune. Non c’è narrazione condivisa, non c’è messaggio unitario. Ogni pezzo dell’amministrazione parla una lingua diversa, spesso incomprensibile. Non riescono a dire tutti la stessa cosa, neanche quando sarebbe nel loro stesso interesse farlo.Durante l’ultimo consiglio comunale sulle interrogazioni, a un consigliere che chiedeva attenzione per i cittadini in difficoltà economica, chi non riesce a pagare tasse e tributi, l’assessore al bilancio ha risposto con il solito mantra: piano di rientro, necessità di consolidare i conti, sacrifici inevitabili. Una risposta che suona come una bugia per omissione.La verità è un’altra, ed è doveroso dirla: il Comune di Manfredonia è sostanzialmente fuori dal piano di rientro. I conti sono stati stabilizzati. Il merito va in larga parte a una dirigente che ha tenuto la barra dritta con determinazione, respingendo ogni velleità di spesa allegra. È grazie a quel lavoro silenzioso e rigoroso che oggi questa amministrazione può permettersi di amministrare con risorse importanti. Risorse che, evidentemente, non sa come usare.Raccontarlo ai cittadini, dire la verità sui conti, aprire una riflessione onesta su come impiegare quelle risorse, richiederebbe coraggio politico. E il coraggio, in questo cartellone, non compare neanche tra le voci di spesa.
Per quanto mi riguarda, voglio avvisare i naviganti: non mi faccio intimidire da insulti pilotati, né dalle frustrazioni di qualche personaggio che nella vita ha realizzato così poco da non riuscire a darsi pace. Non ho nessun obiettivo personale. Scrivo in libertà, senza preoccuparmi di quali sensibilità politica sto toccando. Non faccio comunicati contro le persone: esprimo giudizi politici.E per favore, risparmiatemi la frase di rito: “tu cosa hai fatto per Manfredonia?” Quello che ho fatto è sotto i piedi di tutti, e anche nella testa di molti. Certo, con i miei errori e con la mia storia, di cui porto il peso delle responsabilità che ho dovuto pagare in perfetta solitudine.Rassegnatevi: scrivo, parlo, e continuerò a farlo finché potrò. Se non vi piace, nessuno vi obbliga a leggermi o ascoltarmi. Facebook offre a tutti la possibilità di bloccare e cancellare. Io la esercito ogni volta che mi trovo davanti a chi, invece di stare al merito di ciò che scrivo, prova a insultare, provocare o, peggio, delirare.Il festival estivo 2026 di Manfredonia è uno specchio. Ma è uno di quegli specchi opachi, appannati, che non restituiscono immagini nitide. Ci si guarda e si vede solo la sagoma confusa di un’amministrazione che ha smesso di governare e si è accontentata di sopravvivere.
Angelo Riccardi
Palombella Rossa
#palombellarossa


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