“Non ho ucciso io Giuseppe Ciociola”. Lo ha dichiarato, prendendo la parola a sorpresa, poco prima della requisitoria del pm, l’imputato Giuseppe

“Non ho ucciso io Giuseppe Ciociola”. Lo ha dichiarato, prendendo la parola a sorpresa, poco prima della requisitoria del pm, l’imputato Giuseppe Rendina, 47enne di Trinitapoli accusato di aver ucciso a bruciapelo Giuseppe Ciociola, agricoltore 59enne, ucciso nel marzo 2022, in località ‘Alma Dannata’, in agro di Zapponeta.La sua dichiarazione di innocenza, però, non ha scalfito le convinzioni della pubblica accusa (pm Alessio Marangelli) che ha invocato a suo carico una condanna all’ergastolo con 12 mesi di isolamento diurno, per omicidio volontario aggravato. L’uomo, lo ricordiamo, è stato già processato e condannato in primo grado all’ergastolo, per il duplice omicidio Gerardo e Pasquale Davide Cirillo, padre e figlio assassinati nei campi di Cerignola, 4 mesi dopo il delitto di Zapponeta.Lunga e articolata, invece, la requisitoria del pm che ha elencato tutti gli elementi di prova raccolti a carico dell’imputato: dalla detenzione della pistola scacciacani modificata e utilizzata per compiere entrambi i delitti, alla telefonata fatta partire ‘strumentalmete’ alle 9.50 di quella mattina, a pochi metri dalla masseria di Ciociola, pochi attimi dopo l’omicidio.“Dal marzo all’agosto 2022 Rendina si era trasformato in un ‘serial killer’ delle campagne tra Zapponeta e Cerignola”, ha spiegato il pm. “Armato di pistola e fucile, così come riscontrato, era determinato a far fuori i suoi creditori. Si era indebitato con i Cirillo per 20mila euro, e li ha uccisi quando non è riuscito ad onorare il debito. Parimenti, aveva l’obbligo di restituire la consistentissima somma (circa 480mila euro) stornata dal conto di Ciociola tra giugno e ottobre 2021. Denaro dirottato su conti riconducibili a Rendina o a soggetti a lui vicini e polverizzato”.La vittima, interessata ad acquistare un appartamento in località Scalo dei Saraceni, aveva chiesto di rientrare in possesso del denaro ma nel frattempo Rendina si era esposto economicamente su altri progetti, come l’apertura del ristorante di un familiare in quel di Trinitapoli. “Rendina – killer spietato, anzi ‘killer a sangue freddo’ come si è definito egli stesso, vantandosi, in una intercettazione telefonica relativa al duplice omicidio Cirillo – mette in atto strategie per depistare le indagini, far sì che i sospetti non ricadano su di lui e orienta gli inquirenti verso altre persone. Un soggetto abituato alla menzogna – tuona il pm – e che anche oggi, con le sue ultime dichiarazioni, ha dato dimostrazione della sua ostinazione nel voler prendere in giro la Corte e confondere le acque. Ma tutto ciò che dice si trasforma in un indizio a suo carico”.Per la procura, quindi, c’è “un numero impressionante di indizi gravi, precisi e concordanti a suo carico. Lui si trovava sul luogo del delitto al momento del delitto; aveva la disponibilità dell’arma, la stessa per l’omicidio Cirillo; aveva un movente relativo a rapporti economici di natura non proprio trasparente, se non illecita”. Tutto questo, conclude quindi il pm, non può che esitare nella richiesta del massimo della pena.A tale richiesta, si è associato il patrono di parte civile, l’avv. Francesco Le Noci, che rappresenta i figli della vittima, Stefano e Anna Maria, e che ha depositato una corposa memoria nella quale ha ripercorso la vicenda valorizzandone i vari aspetti emersi nel corso del dibattimento. Ha invocato invece l’assoluzione a carico del suo assistito l’avvocato Francesco Paolo Ferragonio, chiedendo, in subordine, l’espletamento di una superperizia sull’arma, ovvero la prova-regina che legherebbe l’imputato al fatto di sangue in esame. Il processo proseguirà a fine giugno per le eventuali repliche del pm, cui seguirà il verdetto in primo grado.
La tesi della Procura
Secondo la Procura, il movente del fatto di sangue sarebbe riconducibile a questioni economiche: nel 2021 l’agricoltore sarebbe risultato beneficiario di contributi pubblici destinati alle aziende in difficoltà per sanare le conseguenze della pandemia Covid-19, nonché di ulteriori somme derivanti da agevolazioni fiscali, per un totale di circa 500mila euro.Rendina avrebbe ricevuto dalla vittima un prestito pari a circa 60mila euro da impiegare in un progetto di investimento. Tuttavia, secondo l’impianto dell’accusa, a seguito delle pressanti richieste di restituzione della somma prestata e dell’impossibilità di farvi fronte, avrebbe deciso di sbarazzarsi del suo finanziatore. Rendina, lo ricordiamo, non ha mai confessato l’omicidio e anche in fase di interrogatorio di garanzia si era dichiarato innocente.


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