Padre Franco Moscone Omelia festa delle apparizioni di San Michele : “Disarmare mente, cuore, mani e azioni è il modo per vivere la beatitudine della pace.”

Esco un po’ dagli schemi dell’omelia perché quest’anno, essendo il centenario francescano del beato transito di San Francesco d’Assisi, vorrei, pi

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Esco un po’ dagli schemi dell’omelia perché quest’anno, essendo il centenario francescano del beato transito di San Francesco d’Assisi, vorrei, più che dalle letture (anche se dei riferimenti ci sono) farmi aiutare da San Francesco stesso per questo momento di riflessione. E sono contento che ci sia l’immagine di San Francesco, con a fianco – forse – la beatitudine che meglio lo rappresenta: la beatitudine degli operatori di pace.Il più antico biografo di San Francesco, che fu frate Tommaso da Celano e che scrisse per obbligo, su obbedienza dei superiori successori di San Francesco, scrisse ben tre vite di San Francesco (quelle che si chiamano la leggenda maior, minor e il memoriale), insiste e presenta con molta chiarezza la devozione che San Francesco aveva per gli angeli in generale e, in particolare, per l’arcangelo Michele, che riconosceva come colui che ci proteggeva e aiutava nel cammino per liberarsi dal male. In qualche modo potremmo considerarlo – nel pensiero di San Francesco – come l’anti-demonio. San Michele è l’anti-demonio, colui che pone un limite, un freno al demonio, al diavolo, che aiuta la ricostruzione dell’unità rispetto al demonio, che cerca continuamente la divisione, a tutti i livelli, in tutte le relazioni, incominciando dalla relazione interiore del cuore con noi stessi.E sempre la tradizione, i biografi antichi (non Tommaso da Celano) ricordano anche il pellegrinaggio di San Francesco qui a Monte Sant’Angelo, alla Celeste Basilica, per la sua devozione a Michele. Le date sono diverse: probabilmente il 1216 o il 1222. Ecco, può darsi che addirittura San Francesco sia stato qui due volte e non solo una. E la sua presenza è sicura ed è segnata da quel gesto di umiltà, di voler rimanere sulla porta d’ingresso della Basilica, di non entrare (come abbiamo fatto noi, come facciamo noi) qui nella grotta, perché si sentiva peccatore e povero, ma lasciò, come facevano i pellegrini di allora, incisa nella roccia, più che il suo nome, il suo simbolo – il tau – la lettera dell’alfabeto greco, che ci richiama e ci rimanda al mistero salvifico della croce.

Ecco, siamo contenti di poter considerare il nostro Monte Gargano e, in particolare, la Basilica di San Michele e la città di Monte Sant’Angelo, tra i luoghi francescani per eccellenza. E – con probabilità – i primi conventi francescani del Gargano risalgono proprio a quella attenzione, a quella devozione che San Francesco stesso aveva verso l’Arcangelo Michele.

C’è un passaggio del Vangelo (quello della parabola della zizzania e del grano buono) che – credo – ci colleghi al pensiero francescano e ai suoi atteggiamenti: quello di non voler intervenire, a livello direttamente umano, nello sradicare le opere del male per separarle dalle opere di bene. E Gesù stesso, che con la parabola ci invita alla pazienza; in qualche modo potremmo dire alla misericordia e al tempo lungo di tutta la vita di penitenza.

San Francesco, nella seconda delle ammonizioni che costruiscono l’ossatura del testamento, parla della tentazione del diavolo che è suadente, che non è tanto quella di chiederti di compiere opere di male, di compiere opere chiaramente opposte ai comandamenti del Signore e qualificate come malvagie, cattive (potremmo farne elenchi); non fa tanto riferimento a quello, ma si richiama a quel passaggio dell’inizio della Sacra Scrittura quando Dio invita Adamo a non mangiare dell’albero del bene, a non mangiare il bene. E forse perché tra i suoi primi confratelli c’era molto entusiasmo per abbracciare la riforma e il nuovo stile di vita francescano. Opere chiaramente di male o cattive forse non se ne facevano o erano scarse, ma Francesco vedeva un rischio molto più grande del compiere atti chiaramente negativi: un rischio di suadenza del demonio che entra nel cuore della persona, nel cuore del frate che aveva iniziato questa vita nuova a immagine del Vangelo; e il rischio era proprio quello di legarsi così tanto alla propria volontà, di essere così contento, orgoglioso del proprio bene che compiva attraverso quella nuova vita, da mangiarsi lo stesso bene, da mangiare quel frutto, da lasciare in questo modo che il proprio cuore diventasse un cuore legato e chiuso, diventasse autoreferenziale e che gode delle proprie azioni e del bene come se fosse suo e non proveniente invece da Dio e opera di Dio in lui.

Questa è per San Francesco la grande tentazione, la grande insinuazione del demonio nel cuore di ogni credente e a questa tentazione Francesco chiede ai propri fratelli, a coloro che si erano messi con lui sulla via della riforma e sulla via – potremmo dire – indicata da San Michele, di essere attenti a salvare la propria volontà dal diventare – come direbbe Nietzsche – una volontà di potenza, una volontà di dominio, una volontà di potere nel nome addirittura del bene fatto; mentre il bene è opera di Dio e noi ne siamo solo e unicamente strumenti e dobbiamo aprirci a Dio perché ci renda sempre più strumenti di bene, ci renda quindi sempre più fratelli e servi del Signore, operatori autentici quindi di pace.

È la differenza tra il mangiare eucaristico che ci rende a nostra volta pane di vita per gli altri, che deve fare della nostra vita un dono continuo rispetto a quello di inorgoglirsi così tanto, da diventare fagocitatori del bene stesso e da distruggendolo nel momento in cui lo compiamo. È una grande – direi – lezione che San Francesco d’Assisi con la sua riforma ci dà, ci dona: una lezione di cui abbiamo bisogno sempre tutti ed ognuno, abbiamo bisogno della cura autentica del nostro cuore, perché sappiamo mangiare di Dio, dell’Eucaristia per diventare noi Eucaristia e non inorgoglirci di un percorso, anche se buono, come il percorso cristiano e del Vangelo.

Se così fosse, se così è – credo – che sia veramente questa la via della pace e la via della beatitudine della pace, perché è la via, quella che disarma davvero tutto di noi, disarma il nostro pensiero che ci inorgoglisce, ci rende autoreferenziali e convinti di avere in mano la soluzione di tutti i problemi e le indicazioni di giudizio su ogni avvenimento e soprattutto sulle persone, sugli altri. Disarma il nostro cuore da sentimenti di possesso e di – in qualche modo – fagocitazione degli stessi sentimenti altrui che vorremmo tutti a nostro servizio. Disarma i nostri gesti e le nostre scelte di azione per trasformarci da mercanti che vogliono fare propri meriti o propri guadagni in persone, in seminatori che mettono a disposizione ciò che hanno e ciò che ricevono. Disarmare mente, cuori, mani e azioni è il modo per vivere la beatitudine della pace e per essere figli di Dio e operatori di pace, per permettere a Dio di renderci suoi figli e servirsi di noi per un mondo rappacificato e per una Chiesa dal cuore capace di amare e di pulsare, a servizio di tutti e di ognuno, senza mai giudicare ma sempre rimanendo aperta perché il Signore vuole che noi ci facciamo spazio libero per l’accoglienza di tutti.In questo modo, sull’esempio di Francesco e con l’aiuto dell’Arcangelo Michele, l’anti-demonio nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre mani diventiamo figli di Dio e non avremo quella tentazione di essere noi a separare bene dal male, a giudicare e scegliere o ritenere ciò che è bene e ciò che è male, ma lasceremo quel tempo, lungo di pazienza e di misericordia, perché Dio agisca e trasformi veramente tutto in bene e renda la pace la base dell’esistenza e della creazione.

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