In questi giorni sta circolando sui social una narrazione sulle stele daunie conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia che

In questi giorni sta circolando sui social una narrazione sulle stele daunie conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia che restituisce un racconto distorto e fuorviante. Pur non avendo competenza diretta sul Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia, che è del Ministero della Cultura, sento il dovere di intervenire.
Lo faccio per il ruolo che ricopro, avendo come Assessora la delega alla cultura, ma anche perché ho a cuore le stele daunie, al punto da aver deciso di riprendere il percorso per la loro candidatura a patrimonio UNESCO. E anche perché quando si parla di patrimonio culturale pubblico non ci si può permettere leggerezze o semplificazioni.
Le stele daunie rappresentano un patrimonio straordinario, tra i più rilevanti del Mediterraneo antico, e proprio per questo sono oggetto di studi, tutela e valorizzazione continui. Ma è falso sostenere che siano “nascoste” o “tenute invisibili per scelta”.
Nel 2021, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, il Ministero della Cultura ha aperto per la prima volta al pubblico un deposito “a vista” nella Torre della Polveriera (fonte: https://cultura.gov.it/…/dentro-il-deposito-il-nuovo…), realizzato proprio per rendere accessibili reperti che per anni non erano stati esposti. In questo spazio sono state collocate 84 stele integre, selezionate tra oltre mille frammenti, organizzate secondo criteri scientifici e leggibili anche per i visitatori.
Non si tratta di una “manciata” casuale, ma della quasi totalità delle stele integre conservate in magazzino. Il resto del materiale ancora conservato è costituito in gran parte da frammenti, che richiedono attività di studio, catalogazione e, in molti casi, interventi di restauro prima di poter essere esposti.
È altrettanto falso insinuare che non esistano motivazioni legate alla conservazione o alla gestione museale. I depositi non sono luoghi di abbandono, ma spazi fondamentali per la tutela del patrimonio, regolati da criteri scientifici precisi. Esporre indiscriminatamente migliaia di reperti non è né possibile né corretto dal punto di vista museologico.
Raccontare che “nessuno ha mai spiegato” queste scelte significa ignorare anni di lavoro di archeologi, restauratori e istituzioni.
Ho sentito il dovere di intervenire non per alimentare polemiche, ma per evitare che informazioni imprecise o sensazionalistiche finiscano per danneggiare l’immagine della città e, soprattutto, la credibilità del lavoro che da anni viene portato avanti.
Il patrimonio culturale per essere valorizzato ha bisogno di verità, competenza e responsabilità.

Maria Teresa Valente
Assessora al Welfare e Cultura



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