La storia è consacrata da una documentazione minuziosa che traccia passo passo il complesso e spesso tortuoso iter che ha portato alla donazione d

La storia è consacrata da una documentazione minuziosa che traccia passo passo il complesso e spesso tortuoso iter che ha portato alla donazione da parte del proprietario del Castello svevo-angioino-aragonese in riva al mare di Manfredonia, vale a dire il Comune di Manfredonia, allo Stato italiano con la clausola di destinarlo a Museo per ospitare le “stele daunie”, la prodigiosa scoperta dell’archeologo pisano Silvio Ferri. Così come è avvenuto, tant’è che Manfredonia è sede del Museo nazionale archeologico espressione di quella straordinaria ricerca archeologica che fa capo all’antica Siponto.
Il dovizioso carteggio depositato negli archivi comunali, sigilla quell’affascinante storia divenuta anche un suggestivo racconto popolare. Una realtà che il tempo ha ancor più valorizzato.
Ha pertanto fastidiosamente sorpreso leggere che quella storia è del tutto inventata, al più romanzata a fini giornalistici. La negazione di quelle verità storiche arriva da una eminente studiosa di quelle stele daunie a lungo fermatasi a Manfredonia e lavorato in quel Castello-Museo, l’archeologa Maria Luisa Nava. Lo ha esplicitato per iscritto in un suo lungo articolo pubblicato in occasione di una capziosa polemica sull’iniziativa del locale Rotary club di produrre un monumento ispirato alle stele daunie, da installare pubblicamente per richiamare l’attenzione sul Museo nazionale archeologico privo di ogni e qualsiasi segnacolo che ne riveli l’esistenza.
«A peggiorare il quadro intervengono poi le inesattezze storiche che l’articolo diffonde con assoluta tranquillità. Si sostiene per esempio, che Cristanziano Serricchio avrebbe “caldeggiato” il trasferimento delle stele nel Castello di Manfredonia e che il Castello stesso sarebbe stato donato dal Comune allo Stato per essere destinato a Museo. È una ricostruzione infedele, e non per una sottigliezza da specialisti, ma nei suoi termini essenziali. Il Castello era già da tempo in possesso dello Stato; l’atto fu perfezionato nel 1968. Attribuire a Serricchio un ruolo che non ebbe, o a drammatizzare il processo in forma romanzesca, può forse servire alla narrazione giornalistica, ma non alla verità».
È la trascrizione di un brano di un servizio giornalistico che si (s)qualifica da sé, contenete affermazioni assurde, condite con termini offensivi e niente affatto concepibili neanche per una che si professa tra le maggiori interpreti delle stele daunie. Su una affermazione siamo d’accordo e la segnaliamo all’attenzione dell’autrice del servizio giornalistico: “Quando si parla di beni culturali la verità documentaria dovrebbe contare un poco più dell’effetto scenico”.
Da quel che scrive, si deve arguire che l’autrice non conosce la documentazione storica dei fatti. Cristanziano Serricchio, nella qualità di assessore comunale alla pubblica istruzione, ha svolto “un ruolo decisivo”, afferma Giuseppe Trincucci, curatore dell’epistolario di Serricchio. Non solo ha avuto l’intuizione di donare il Castello allo Stato con la clausola di farne un Museo archeologico, ma ha seguito tutte le fasi dell’articolato percorso burocratico conclusosi felicemente con il passaggio al Demanio dello Stato italiano, di quel prestigioso cimelio risalente alla fondazione della città, acquistato dal Comune di Manfredonia nel 1901. Numerose le minute di delibere scritte di proprio pugno da Serricchio.
La pratica di cessione allo Stato del Castello, venne avviata nel 1964 (10 gennaio), sindaco il senatore Nicola Ferrara. L’atto notarile venne stipulato il 7 marzo 1967 a Monte Sant’Angelo per il notaio Matteo Gatta. Ai fini della tassa di registro il Catello fu valutato 40milioni di lire. Fra le tante testimonianze interessate alla questione, quella della senatrice Graziuccia Giuntoli che in un biglietto indirizzato al “Gentile Preside” col quale accompagna la interrogazione rivolta al Governo per “spingere ulteriormente la pratica”.
Fra le altre preziosità conservate, una accorata lunga lettera (2 pagine) autografa di Silvio Ferri (31 dic. 63), indirizzata al sindaco e girata al Prof. Serricchio, nella quale “consiglia” all’amministrazione comunale di cedere in tutto o in parte il Castello per farne un grande museo garganico. A corollario indica anche la destinazione da dare ai torrioni «potranno facilmente ricavarsi le abitazioni dei custodi, la direzione del Museo».
Come si fa ad inventarsi insinuazioni del tutto, queste si, completamente inventate e, per tanti versi, diffamatorie di una realtà consolidata da fatti e circostanze ampiamente documentate. E tanto per il rispetto delle verità storiche.
Michele Apollonio

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