Quando non si riesce a definire e chiudere una situazione difficile e la si trascina avanti tra mille sotterfugi, si dice che è un “caso” che gira

Quando non si riesce a definire e chiudere una situazione difficile e la si trascina avanti tra mille sotterfugi, si dice che è un “caso” che gira e si rigira senza mai arrivare a concludere. È il “caso” dell’Energas, che non stiamo qui a reiterare la storia lunga e ripetitiva, tanto è ancora oggi continuamente evidenziata quasi a schermare la mancanza delle stoccate decisive. Quel “caso” affiorato compiutamente una ventina di anni orsono, è entrato nella normale routine dell’impegno politico espresso in questo lungo periodo, tanto che non si fa più caso alla sua continua reiterazione, anche perché è arrivato di fatto al capolinea per consunzione naturale. Ma di “casi” a Manfredonia ve ne sono tanti, da quello delle stele daunie, all’area industriale di Coppa del vento, alla ferrovia, alle ZES e via discorrendo, tanto che è ormai assunta la semplificazione di “caso Manfredonia”.
Energas, dicevamo. La cronaca racconta che c’è stata, nei giorni scorsi, l’ennesima spedizione a Roma per ribadire, ancora una volta, il deciso, indiscutibile, irrevocabile “NO” a quell’imponente impianto di deposito di GPL nei pressi della città di Manfredonia, eppertanto sollecitare il Governo di prendere una decisione e dunque eliminare quest’altro bubbone parcheggiato all’orizzonte nebuloso di Manfredonia. Anche questa volta il solito pellegrinaggio nella capitale con ritorno a mani vuote: sono cambiati solo alcuni personaggi istituzionali che hanno fatto a gara ad emettere ciascuno un proprio comunicato ripetitivo, quando ne sarebbe bastato uno solidale a dimostrazione della compattezza del territorio per un problema comune.
Il “Progetto Energas” è diventato un caso politico locale, regionale e statale, caratterizzato a livello locale, da prese di posizione contrarie del Comune di Manfredonia, della popolare, della Regione Puglia; a livello governativo da ministeri che non chiudono definitivamente il procedimento, continuano a chiedere approfondimenti e verifiche. Il procedimento Energas è di conseguenza formalmente aperto o non definitivamente concluso.
Giova, per cercare di capire oltre le apparenze, confrontare la situazione emergente a Manfredonia, con altre colpite da medesime circostanze, ma risolte. Bagnoli (Napoli), lo Stato interviene e decide: a Manfredonia non chiude il cerchio decisionale; Gela (Sicilia): c’è un soggetto industriale forte, l’ENI, che guida la transizione: a Manfredonia manca un player dominante capace di imporre una soluzione (c’era, è stato cacciato); Taranto: lo Stato lo considera strategico nazionale: Manfredonia è percepita come periferia; Priolo: non ha mai avuto una “rottura” industriale: Manfredonia non ha mai trovato un nuovo equilibrio.
È evidente che non è un singolo progetto che può avviare il rilancio economico, fonte prima di ogni altra attività, ma occorre impostare e realizzare una strategia integrata che preveda interventi concreti e compatibili e dunque finanziabili. Manfredonia ha i mezzi di base necessari per innescare un processo virtuoso di rilancio complessivo: l’area industriale fuori le mura colpevolmente trascurata, le aree ZES retroportuali ignorate, il sistema porto nelle sue diversificazioni industriale (in ristrutturazione), commerciale e turistico, il comparto pesca e la stessa agricoltura, il sistema stradale. Ce n’è per una ricca situazione.
Quel che è mancato è una governance realistica, capace, sinceramente pensosa delle sorti del territorio di una città dalla storia straordinaria, in grado di annullare ogni velleità di ritorni alla denunciata mala gestio. E d’altra parte, quelle espressioni culturali che dovrebbero interrogarsi e rispondere alla domanda “perché i giovani vanno via?” con tutto quel che richiama, preferisce crogiolarsi in revival di discutibili spettacoli vecchi di mezzo secolo.
Le attese sono riposte nell’unica realtà definita, l’apparato politico-amministrativo insediato dal popolo in Municipio, alle prese con processi che promettono fattive realtà indirizzate verso l’agognata resilienza cittadina.
Michele Apollonio

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