LA FINE DI UN MODELLO: IL DRAMMA SILENZIOSO DEI BALNEARI.

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Per anni sono stati il volto dell’accoglienza italiana. Hanno aperto le spiagge all’alba, curato arenili, garantito sicurezza, pulizia, servizi, lavoro stagionale e indotto economico. I titolari degli stabilimenti balneari non sono stati soltanto imprenditori: sono stati presidio sociale, motore turistico e punto di riferimento per intere comunità costiere. Oggi, però, questa categoria si trova sull’orlo di un collasso economico, personale e sociale.L’imminente applicazione della direttiva Bolkestein, così come recepita nel nostro Paese, rischia di cancellare in pochi mesi decenni di sacrifici, investimenti e lavoro costruiti spesso da famiglie che da generazioni vivono di mare. Dietro ogni stabilimento non c’è solo un’attività commerciale, ma una storia fatta di mutui, stagioni difficili, manutenzioni costanti, personale da formare, tasse da pagare e responsabilità quotidiane.Molti concessionari hanno investito tutto ciò che avevano per migliorare strutture e servizi, confidando nella continuità di un sistema che per anni lo Stato stesso ha regolato e confermato. Oggi si ritrovano invece immersi nell’incertezza, senza tutele concrete e con la prospettiva reale di perdere tutto. Non solo un’impresa, ma la propria identità professionale e il futuro delle proprie famiglie.Il paradosso è evidente: una categoria che ha contribuito in modo decisivo alla crescita del turismo italiano viene lasciata sola proprio nel momento più delicato. In moltissime località balneari gli stabilimenti rappresentano una componente essenziale dell’economia locale: generano occupazione stagionale, attirano visitatori, sostengono ristorazione, commercio, servizi e filiere collegate. Indebolire questo comparto significa colpire l’intero tessuto economico di territori che spesso vivono quasi esclusivamente di turismo.Ma il danno non è soltanto economico. È umano e sociale. Ci sono uomini e donne che oggi, dopo una vita di lavoro, si trovano costretti a immaginare un’esistenza completamente diversa, magari cercando un nuovo impiego a cinquanta o sessant’anni, in un mercato del lavoro che offre poche opportunità e nessuna garanzia. Persone che hanno dato tutto al proprio mestiere e che ora rischiano di ritrovarsi senza reddito e senza prospettive.La domanda che molti cittadini si pongono è inevitabile: com’è stato possibile che la politica abbia sottovalutato un fenomeno sociale di tale portata? Come si è potuti arrivare a questo punto senza costruire un percorso graduale, equo e sostenibile? Come si può pensare di affrontare una trasformazione così profonda senza prevedere indennizzi adeguati, tutele per chi ha investito e strumenti di ricollocazione per chi perderà il lavoro?Nessuno nega la necessità di regole trasparenti e di un adeguamento normativo. Ma il rispetto delle norme non può tradursi nella demolizione indiscriminata di un comparto che ha creato valore, occupazione e prestigio internazionale per il turismo italiano.Servono buon senso, equilibrio e responsabilità istituzionale. Servono norme che tengano conto non solo dei principi giuridici, ma delle persone in carne e ossa che quelle norme travolgeranno. Perché dietro ogni concessione c’è una famiglia, dietro ogni ombrellone c’è lavoro, dietro ogni stabilimento c’è una parte dell’Italia che merita rispetto, non abbandono.

Nicola Ragno

Coordinatore provinciale

Assoviaggi Foggia e Capitanata

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