LA CONYINUITA’ SOCIO-ASSISTENZIALE OLTRE LE IDEOLOGIE

Uno dei temi che appassionano gli interpreti delle evoluzioni della storia delle istituzioni, è certamente la continuità tra l’organizzazione socio-

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Uno dei temi che appassionano gli interpreti delle evoluzioni della storia delle istituzioni, è certamente la continuità tra l’organizzazione socio-sanitaria del periodo fascista e quella della Repubblica italiana, caratterizzato da una combinazione di fattori pratici, politici e culturali.
A offrire una opportunità di riflessione su un settore di fondamentale rilevanza non solo sociale, è il volume “Dal fascismo alla Repubblica. La continuità socio-assistenziale e sanitaria in Capitanata” di Lorenzo Pellegrino, che messo da parte lo stetoscopio di primario cardiologo all’ospedale De Lellis di Manfredonia, si è dedicato a indagare e raccontare la sanità italiana, con particolare riferimento alla Capitanata e quindi Manfredonia. Una appassionata ricerca storica che ha dato visibilità ad un comparto tanto delicato quanto complesso e spesso ermetico, tradotta in una serie di volumi di rilievo per la comprensione di particolari aspetti della organizzazione sanitaria. Un impegno che lo ha portato alla presidenza della Società di Storia Patria per la Puglia e socio onorario dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (IPSAIC).
Edito da Andrea Pacilli Editore (106 pag. 15 euro), e presentato nella Sala delle vetrate del Municipio, dall’avvocato Patrizia Piemontese, nell’ambito dell’associazione “Cultura in Daunia”, quest’ultimo lavoro di Pellegrino chiarisce aspetti delicati, spesso confusi, su una certa continuità nella sanità che l’Autore così stabilisce: «I cambiamenti fanno parte di processi che iniziano alcuni decenni prima e si completano alcuni decenni dopo».
Alla caduta del fascismo nel 1943–45 e con la nascita della Repubblica nel 1946, lo Stato italiano – analizza Pellegrino – non poteva permettersi una “tabula rasa” amministrativa. Strutture, enti, personale e procedure già esistenti erano indispensabili per garantire servizi essenziali (sanità, assistenza, previdenza). Molti enti creati durante il fascismo, come l’INPS (che incorpora istituti precedenti) o l’INAIL, furono mantenuti e riorganizzati, perché già funzionanti e radicati sul territorio.
Molte strutture avevano una esigenza tecnica. Non tutte le istituzioni del periodo fascista erano ideologiche: molte avevano una funzione tecnica e amministrativa. Ospedali, casse mutue, sistemi assicurativi e previdenziali rispondevano a bisogni concreti. La Repubblica scelse quindi di conservare ciò che era funzionale alla realtà sanitaria, depurandolo dall’impronta autoritaria e corporativa. «Né la costituzione repubblicana – rileva Pellegrino – prevede la loro soppressione. I poveri – esemplifica – che dall’inizio del 1943 hanno smesso di riferirsi a Mussolini e al fascismo per ottenere aiuto, ora hanno altri punti di riferimento».
La continuità non fu una mera conservazione, ci fu anzi una profonda trasformazione nei principi. Anche se gran parte dei funzionari, medici, amministratori e tecnici formatisi durante il fascismo continuarono ad operare anche dopo. «È indicativo quanto accaduto con la soppressione della GIL (Gioventù Italiana del Littorio): i massimi dirigenti – annota lo storico – sono ancora di estrazione militare e gli amministratori precedenti rimangono in servizio continuando a svolgere le stesse funzioni».
A complicare il ruolo dello Stato nella gestione della sanità, è subentrata l’iniziativa privata laica e religiosa. Pellegrino ricorda quanto verificatosi a Manfredonia dove le Opere Pie che gestivano l’ospedale pretendevano di costruire la nuova struttura e di avviarla. «Una querelle – osserva – che prolungò eccessivamente i tempi e si risolse soltanto con la istituzione dell’ente pubblico ospedaliero del 1969».
Il libro di Lorenzo Pellegrino costituisce un contributo di grande pregio nel dibattito storico sulla sanità, rafforzandolo e documentandolo su scala locale. Una microstoria illuminante che conferma la tesi generale.
Michele Apollonio

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