Grano duro, agronomo attacca la Cun: “Prezzi falsati e nessuna tutela, così si uccide il granaio d’Italia”

“La Cun anziché rilevare i prezzi delle merci continua a fissare i prezzi proprio come faceva la Cciaa di Foggia motivo per cui il Tar Puglia ha a

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“La Cun anziché rilevare i prezzi delle merci continua a fissare i prezzi proprio come faceva la Cciaa di Foggia motivo per cui il Tar Puglia ha annullato tutti i listini grano duro 2016-2017. Quella della CUN a Foggia è una speranza tradita. Vale quanto una condanna a morte per Foggia, Granaio d’Italia e per tutto il Mezzogiorno cerealicolo, il meccanismo di funzionamento della Commissione Unica Nazionale appena varata è un oltraggio ai cerealicoltori”.È dura l’analisi dell’agronomo Roberto Carchia, che era stato consulente per la CUN nel primo governo Conte. Il docente e agricoltore, ex pentastellato e oggi vicino alle posizioni del generale Roberto Vannacci, ripercorre le fasi che avevano indotto a sperare in un rilancio delle istituzioni agricole foggiane.“L’istituzione della Cun era stata il frutto di una nobile battaglia iniziata fin dal 2016- dice in esordio- Con la neonata GranoSalus partecipammo al sogno ed al progetto. Si trattava di tutelare la salute dei consumatori e dare la giusta ricompensa, con un reddito dignitoso, agli agricoltori del Sud Italia. Ora la storia sembra finita nel peggiore dei modi. La Cun grano duro del Sud avrebbe dovuto stabilire i prezzi del grano distinguendolo in base alla qualità, basandosi su una griglia qualitativa i cui parametri di valutazione erano i principali contaminanti del grano, pressoché assenti nel grano del Sud Italia e presenti, invece, in abbondanza nel grano di importazione, quali: micotossina Don (deossinivalenolo), glifosato, erbicida utilizzato all’estero nelle aree freddo-umide per essiccare la pianta e consentirne la trebbiatura e metalli pesanti presenti in terreni inquinati. Ciò avrebbe consentito di differenziare il grano dauno e di tutto il Sud Italia, che è il migliore del mondo quanto a salubrità, e avrebbe fatto sì che esso potesse essere “apprezzato”, cioè quotato come merita per il suo valore intrinseco legato alla sua salubrità”.Nonostante i massicci arrivi di grano estero, il grano locale non è affatto superfluo. Per questo Carchia credeva nella Cun a Foggia.“Il nostro grano serve a migliorare la qualità delle semole, in quanto caratterizzato dalla sostanziale assenza di contaminanti. La CUN avrebbe dovuto stabilire i prezzi del grano non soltanto in funzione del tenore proteico, che è sostanzialmente simile per grano locale ed estero, ma in funzione della quantità di contaminanti presenti. Ciò avrebbe ristorato i produttori italiani dei maggiori costi a fronte dell’eccellenza qualitativa da loro prodotta. A rafforzare il principio secondo cui il prezzo del grano debba essere strettamente espressione della sua salubrità è la riduzione per legge dei livelli di contaminanti tollerati nei derivati del grano, con particolare attenzione per i bambini al di sotto dei 3 anni, dove il limite della micotossina Don (deossinivalenolo) è stato ridotto da 200 ppb a 150 ppb! Oggi, non soltanto nella pratica non cambia nulla rispetto alle borse merci, dove il principale parametro che determinava il prezzo erano già le proteine, ma questa è una definitiva condanna a morte per l’economia principale della nostra provincia e per tutto il meridione, in quanto si legittima così la confusione del grano locale con quello straniero, impedendo in tal modo ogni possibilità di recupero di reddito”.Carchia non fa sconti neppure rispetto alle tante classifiche che pongono il capoluogo dauno in fondo a ogni classifica.“Se Foggia – città del grano – risulta l’ultima città in classifica per reddito pro capite dipende proprio da questi prezzi sottocosto ingiustificati che non premiano il nostro oro giallo, generando una crisi economica, sociale e culturale senza fine della nostra amata Daunia! Infatti il prezzo del grano oggi quotato dalla Cun non copre i costi di produzione e ciò fa sì che la coltivazione non sia remunerativa, le aziende agricole non hanno speranza di uscire da una crisi che le attanaglia da un ventennio, circa un milione di ettari restano incolti. Oltre alle campagne dai nostri giovani vengono abbandonate anche le città del Sud. Ma ciò può dirsi anche per tutto il Sud cerealicolo, dall’Abruzzo alla Sicilia ed alla Sardegna, dove la coltivazione del grano ha da millenni prodotto ricchezza, cultura e salute”.

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