L’allarme di associazioni e geologi dopo il collasso dell’Arco degli innamorati Il prossimo a cedere sarà il faraglione di Diomede (Baia delle Zag

L’allarme di associazioni e geologi dopo il collasso dell’Arco degli innamorati Il prossimo a cedere sarà il faraglione di Diomede (Baia delle Zagare), Pericolo anche a Vieste all’Arco di S. Felice, Grotta sfondata. A Rodi, Zona Porto
Più minacciano di cadere e più seducano. Più abbracciano l’infinito con la loro precarietà e più attirano turisti. Le “Sant’Andrea” – come l’Arco degli innamorati crollato a Melendugno proprio nel giorno di San Valentino – che costellano il mare pugliese, sono almeno venti. Concentrate soprattutto nel Salento – dove nessuna di esse, protestavano pochi giorni fa le opposizioni, figurava tra quelle finanziate da un bando regionale contro l’erosione – e nel Gargano. Ma la mappa del rischio, delle aree in cui la terra, dopo millenni, non è più ferma, è molto più ampia e sorprendente.
Può mai immaginare, chi fa jogging lungo la costa al confine tra Torre a Mare e Mola, che in un certo tratto c’è una grotta, lungo il percorso, che rischia di risucchiarlo giù? E le comitive di turisti che nonostante i divieti della Capitaneria di porto vanno a visitare la “Grotta sfondata” a Vieste – «sono stati immortalati perfino da google map e continuano a farlo», racconta il geologo Paolo De Bellis – sanno che un macigno potrebbe cadere da un momento all’altro sulla loro imbarcazione?

Italia Nostra lancia l’allarme sull’Arco di Diomede, a Mattinata: «I simboli del Gargano hanno i mesi, forse i giorni contati. Dai rilievi per il consolidamento della falesia del 2022 è emerso che il pilone portante del faraglione di Baia delle Zagare risulta paurosamente assottigliato». Anche l’associazione chiama in causa il bando della Regione Puglia, che stanzia 16 milioni per Rodi Garganico, Zapponeta, Massafra e Ostuni, ma nulla prevede per il faraglione. L’epicentro del rischio, però, è sulla costa adriatica salentina, dove «le rocce sono particolarmente tenere», spiega un altro studioso, Stefano Margiotta. E infatti: dalla scogliera del Ciolo a Santa Cesarea Terme, i distacchi ormai non si contano più, così come i divieti di balneazione. Cosa sta succedendo?
«Oggi i processi naturali stanno subendo un’accelerazione – spiega Salvatore Vailetta, segretario nazionale della Sigea, la società dei geologi ambientali – perché gli hotspot climatici portano a un innalzamento delle temperature del mare, e quindi a forti mareggiate che premono sulle rocce. Ora è il momento di accelerare sugli interventi».
Come? «Intensificando i monitoraggi, aggiornando gli studi, estendendo il censimento dei geositi. E, in alcuni casi, prevedendo barriere marine per mitigare l’energia dell’acqua. Ma costano molto». Può servire forse per le onde che schiaffeggiano Lama Monachile a Polignano. Non per Sant’Andrea dove, spiega però Margiotta, «il costone roccioso era di per sé fratturato. In situazioni come quelle bisogna lasciar fare la natura. Intervenendo laddove c’è pericolo diretto per le persone». Dove? «A Torre dell’Orso, per esempio. O nella stessa Melendugno, in altri tratti». Qui, già nel 2013 Tap, la società che ha realizzato il gasdotto transadriatico, offrì compensazioni economiche al Comune per mettere in sicurezza la falesia. Risposta: «No, grazie».
A Trani, invece, l’amministrazione è intervenuta per consolidare la falesia nella zona di Costa Sud. Ma non è bastato e proprio in questi giorni si stanno registrando nuovi cedimenti. Le aggressioni atmosferiche ormai sbaragliano le difese progettate dagli ingegneri. Come a Torre San Giovanni, frazione di Ugento, dove una tromba d’aria ha vanificato i lavori al porticciolo. L’erosione c’è sempre stata, lungo i mille chilometri di costa pugliese. Ora però sembra più violenta. «A Torre a Mare ho visto i ciottoli conficcati sulla parete rocciosa», racconta per esempio il geologo De Bel- lis. A Cerano, invece, si possono notare gli arbusti pericolosamente aggrappati al ciglio delle pareti a rischio crollo, con le radici che arrivavano a toccare l’acqua salata.
Le mareggiate possono spazzare via anche l’archeologia, come si teme a Parco Saturo, nella marina di Leporano, dove una frattura rischia di trascinare a mare una villa romana. A Cozze, frazione di Mola, a San Vito o a Lama di Taranto, i residenti invocano interventi. Prima che il mare si mangi la spiaggia, la strada e poi le case.

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