Sono trascorsi 350 anni da quel fatidico fine gennaio del 1675 allorquando l’appena venticinquenne domenicano Vincenzo Maria Osini, varcava la sog


Sono trascorsi 350 anni da quel fatidico fine gennaio del 1675 allorquando l’appena venticinquenne domenicano Vincenzo Maria Osini, varcava la soglia del palazzo arcivescovile di Manfredonia per insediarsi sulla cattedra della Chiesa sipontina ove sedettero, prima di lui, altri 107 vescovi e dove siederanno i successivi 27 Presuli fino a quello attuale, padre Franco Moscone.
Una continuità che ha attraversato e per tanti versi determinato, la storia della città e del vasto territorio che fa capo alla Chiesa fondata da San Pietro. In questo solco Vincenzo Maria Ordini ha svolto un ruolo di particolare rilievo in un momento in cui la diocesi veniva da anni difficili, segnati da povertà, calamità naturali e fragilità istituzionali.
Nato a Gravina di Puglia nel 1650, rampollo di una delle famiglie più potenti del Regno di Napoli, preferì alla carriera politica, quella ecclesiastica nell’Ordine dei Domenicani, una scelta che ha contrassegnato il giovane prelato nello stile, nell’abito e nella spiritualità per tutta la vita. Nel 1672, a soli 23 anni, Papa Clemente X lo creò cardinale: è il più giovane cardinale italiano.
Orsini è stato un Pastore riformatore. Manfredonia fu per lui una vera scuola di governo pastorale, dove affinò quel modello di vescovo “vicino” che lo ha caratterizzato per il resto del suo apostolato. Tra le caratteristiche che lo hanno contraddistinto, quella della presenza costante fra la gente, delle visite pastorali frequenti anche nei centri più piccoli, dell’attenzione alla formazione del clero, della sobrietà pastorale rifiutando privilegi e sfarzi.
Nel suo episcopato manfredoniano, Orsini interpretò la Chiesa non come potere separato, bensì come presidio morale e civile, come istituzione capace di tenere insieme spiritualità e responsabilità sociale, un modello di leadership sobria, credibile, fondata sull’esempio. Una impostazione che si è riverberata nei successivi vescovi. Tantissime le opere e notevoli i segni della sua presenza che ancora oggi lo ricordano. Realizzazioni possibili grazie anche alla sua personale munificenza.
Nel 1724, contro ogni previsione, venne eletto Papa con il nome di Benedetto XIII. Ma anche da Pontefice continuò a vestirsi da domenicano, a osservare una schietta austerità privilegiando la dimensione spirituale rispetto a quella politica. Per Manfredonia, l’arcivescovo Orsini non fu solo un arcivescovo che poi divenne Papa, ma un riformatore concreto, un esempio di buon governo ecclesiale, un riferimento di come una diocesi periferica potesse essere centro di storia universale. Oggi, a 350 anni di distanza, lo si ricorda per riscoprire una stagione in cui fede, responsabilità e servizio erano la vera misura del potere.
«Si tratta di una grande figura di vescovo – ha sancito l’arcivescovo padre Moscone – che ha impresso un forte sviluppo di ripresa alla Chiesa ed alla Città di Manfredonia dopo gli avvenimenti tragici del XVII secolo: tanto la Chiesa che la Città godono ancora oggi dell’eredità della sua presenza (1675-1680)».
Una presenza che si percepisce attraverso la testimonianza concreta delle sue opere: l’ospedale, il campanile, l’acquedotto da Siponto, eccetera eccetera, ma non c’è un segno di ricordo e riconoscimento espresso dai manfredoniani…
Un excursus dei suoi cinque anni trascorsi a Manfredonia, è stato tratteggiato nel corso di un convegno tenutosi nell’auditorium “Valentino Vailati”, nel quale i vari intervenuti hanno evidenziato le peculiarità salienti di un Presule che si propone sorprendentemente attuale in una città che, ieri come oggi, vive ancora la condizione di “frontiera” sospesa tra sviluppo e marginalità, truismo e fragilità ambientale, grandi potenzialità e difficoltà strutturali. Una frontiera che Orsini utilizzò come “laboratorio” focalizzando orientamenti come la valorizzazione del patrimonio religioso e artistico, l’intreccio tra storia sacra e storia civile, l’impiego della cultura come leva di sviluppo. Non sono gli stessi orientamenti che si cerca ancora oggi, dopo tre secoli e mezzo, di seguire e rivalutare?
Michele Apollonio


COMMENTI