Cun Grano duro, la delusione degli agricoltori: “Così non garantisce un prezzo equo”

La Commissione Unica Nazionale Grano duro nasceva come una possibile svolta per il mondo agricolo, un segnale atteso da tempo da chi produce cerea

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La Commissione Unica Nazionale Grano duro nasceva come una possibile svolta per il mondo agricolo, un segnale atteso da tempo da chi produce cereali e denuncia da anni uno squilibrio crescente nella filiera. Ma per Daniele Calamita, docente di agraria, esperto di politiche sociali ed ex sindacalista, l’entusiasmo iniziale si è trasformato rapidamente in delusione.Calamita, in un’analisi critica, sostiene che la CUN così come prevista dal decreto ministeriale rischi di essere “l’ennesima commissione destinata a non produrre cambiamenti reali”, incapace di incidere sul vero nodo: il prezzo riconosciuto agli agricoltoriPrezzi in calo, pasta in aumento
Il docente ricorda come il potere contrattuale dei produttori agricoli sia ormai ridotto al minimo, al punto che il prezzo di mercato spesso non copre neppure i costi di produzione. Oggi, sottolinea, la quotazione del grano duro oscilla tra i 26,5 e i 29 euro al quintale, in netto calo rispetto ai 34,5 euro del 2024. Eppure, nello stesso periodo, il prezzo della pasta continua a salire, sia direttamente con rincari al dettaglio, sia indirettamente attraverso confezioni ridotte. L’industria giustifica gli aumenti con il caro energia, ma Calamita pone una domanda centrale: perché i costi crescono per tutti – concimi, gasolio, antiparassitari – ma il prezzo pagato agli agricoltori diminuisce drasticamente?Il decreto e la “speranza infranta”
Secondo Calamita, la speranza era che la CUN potesse rappresentare uno strumento di riequilibrio, magari fissando un prezzo minimo di ritiro del grano duro, capace di tutelare chi produce e di arginare le dinamiche speculative. Ma leggendo il Decreto direttoriale del Ministero dell’Agricoltura, che istituisce la CUN (n. 20417 del 16 gennaio 2026), il docente evidenzia come la commissione abbia un compito molto più limitato: raccogliere e pubblicare prezzi indicativi e tendenze di mercato. Un ruolo che, secondo lui, non affronta la radice del problema.

“Un osservatore senza potere di tutela”
Calamita pone alcuni interrogativi che diventano una critica diretta al provvedimento. Quale reale potere di negoziazione può avere un organismo che si limita a fotografare il mercato, senza strumenti per contrastare i prezzi imposti dai grandi gruppi industriali? Perché manca un prezzo minimo garantito che tenga conto dei costi reali sostenuti dalle aziende agricole? È accettabile che il rischio d’impresa ricada sempre e solo sull’anello più debole della filiera? Per il docente, la trasparenza dei prezzi è utile solo se accompagnata da misure che rafforzino la posizione degli agricoltori, altrimenti resta “un concetto astratto che non riempie i granai”.Il rischio: “una burocrazia che certifica il declino”
Senza limiti allo strapotere della grande distribuzione organizzata e delle multinazionali del settore molitorio, Calamita teme che la CUN possa diventare soltanto un organismo burocratico che registra con precisione “il declino della cerealicoltura italiana”, senza intervenire.“Serviva uno scudo, ci hanno dato un termometro”
Nelle sue conclusioni, il docente parla di un’occasione persa per una vera riforma strutturale. Per salvare il grano duro italiano, sostiene, non bastano tabelle e osservatori: servono regole contro la vendita sottocosto e una protezione concreta del reddito agricolo.La metafora finale è netta: “Speravamo in uno scudo, ci hanno dato un termometro: ora sappiamo quanto è alta la febbre, ma continuiamo a non avere la medicina”.

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