Carciofi: Coldiretti Puglia denuncia il paradosso dei prezzi

Coldiretti Puglia denuncia il “paradosso” del prezzo dei carciofi a Brindisi dove il “primo fiore” viene pagato agli agricoltori tra 12 e 20 cente

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Coldiretti Puglia denuncia il “paradosso” del prezzo dei carciofi a Brindisi dove il “primo fiore” viene pagato agli agricoltori tra 12 e 20 centesimi a capolino, mentre sugli scaffali della grande distribuzione lo stesso prodotto arriva fino a 90 centesimi.A denunciare questa forbice insostenibile è Coldiretti Puglia: già a dicembre, con il calo della domanda, il mercato ha smesso di assorbire il prodotto fresco. I carciofi invenduti finiscono così all’industria, dove lo “spezzato” viene pagato appena 5-6 centesimi a capolino, un prezzo che non copre nemmeno i costi di raccolta e trasporto, trasformando una produzione di eccellenza in una perdita economica per le aziende agricole.“In un periodo in cui l’aumento dei prezzi alimentari frena i consumi, molte famiglie riducono la spesa, mentre i costi di trasporto incidono fino a un terzo del prezzo finale di frutta e verdura”, spiega Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi. “Il divario tra prezzo in campagna e scaffale è enorme e spesso ingiustificato. Lungo la filiera si insinuano pratiche speculative che vanno contrastate, anche attraverso i controlli dei Vigili dell’Annona”.Coldiretti Puglia chiede quindi verifiche rigorose sull’origine dei prodotti ortofrutticoli, in particolare quelli provenienti da Paesi del Nord Africa come Tunisia, Egitto e Marocco. Se non si interviene subito, avvertono, a pagarne il prezzo saranno prima gli agricoltori e poi i consumatori, con meno prodotto locale, più importazioni e prezzi più alti.La soluzione, sottolinea Coldiretti, è puntare su prodotti Made in Puglia, per sostenere l’occupazione e l’economia locale. La Puglia produce complessivamente 1.245.400 quintali di carciofi, di cui 475mila solo in provincia di Brindisi, territorio specializzato nella coltivazione del carciofo di qualità, riconosciuto con IGP europea.Un sistema distributivo inefficiente spinge sempre più verso la vendita diretta in azienda, riducendo passaggi, aumentando trasparenza e sicurezza alimentare. Questo è particolarmente importante perché in molti Paesi extra UE vengono ancora utilizzati pesticidi vietati in Europa, spesso in contesti di dumping sociale che falsano la concorrenza.Coldiretti sostiene l’export italiano, ma ribadisce che le regole devono essere uguali per tutti: se le aziende italiane rispettano standard rigorosi, l’Europa deve esigere lo stesso da chi esporta nel nostro mercato. Serve anche armonizzare l’uso dei fitosanitari in tutta l’UE, oggi troppo disomogeneo, a cui si sommano ritardi nell’adozione delle nuove tecnologie di miglioramento genetico non OGM (Tea).Nel frattempo, i consumatori italiani dimostrano di avere le idee chiare: secondo Coldiretti/Censis, l’87% degli italiani considera l’italianità una garanzia e sarebbe disposto a spendere di più per prodotti locali, una scelta condivisa anche dall’85% delle famiglie a basso reddito che non vogliono rinunciare a qualità e sicurezza.

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