I RACCONTI DEI NONNI INTORNO AL BRACIERE

Sarà l’autunno. Sarà l’allungarsi sempre più delle ore di buio su quelle di luce. Di certo, si è presi da una certa introspezione e, soprattutto,

Dighe a secco nel Foggiano, l’invaso di Occhito perde in media un milione di metri cubi d’acqua al giorno
Malore per Zeman prima dell allenamento
Puglia rossa da oggi fino al 30 aprile: «Serve commissario per gestione Covid»
Sarà l’autunno. Sarà l’allungarsi sempre più delle ore di buio su quelle di luce. Di certo, si è presi da una certa introspezione e, soprattutto, dalla malinconia.
Ecco apparire, in fila indiana, tutti i ricordi del passato, quelli di quando si era ragazzini, quelli della spensieratezza e della voglia di scoprire il mondo.
Psicologia introspettiva a parte, questo momento dell’anno è molto particolare. Tutta una serie di tradizioni ci accompagnano fino alla fine dell’inverno, con usanze, consuetudini e specialmente racconti.
Quello che a noi manca tanto (pensiero personale) è la calda sensazione di quando, durante le grosse rimpatriate familiari della domenica o in occasione di qualche festività, verso sera, ci si sedeva vicini, intorno a un braciere o davanti al fuocherello, e si raccontavano storie. Ogni famiglia nascondeva sempre qualche aneddoto ‘pauroso’.
Noi ragazzi ci accorgevamo che l’argomento iniziava a diventare ‘intrigante’ dal tono di voce del narratore (in genere i nonni o gli zii più anziani) e, piano piano, ci si avvicinava al gruppo di adulti che ascoltavano la storia in solenne silenzio. Il solo raccontarlo ci riempie di nostalgia. Quanti ricordi.
Proporremo alcuni di questi racconti tradizionali, facendoci aiutare dalla memoria di Angelo Del Vecchio, esperto conoscitore di folklore rignanese e garganico in generale. Immaginate di essere davanti a un braciere acceso, fuori c’è pioggia. È sera. La nonna riporta alla mente il ricordo di una storia tramandata dalla sua nonna…
Iniziamo con: ‘L’OMBRA CHE UCCIDE’.
A Rignano Garganico si raccontava di una morte ‘sospetta’ di un agricoltore del posto, dopo una folle corsa a cavallo, inseguito da un’ombra nera.
Questa storia ebbe inizio in una fatiscente masseria in località Duanero, tra Rignano e Foggia.
Michele, così chiameremo il nostro malcapitato, era un piccolo possidente terriero. Un cavallo, due mucche, qualche maiale, una ventina di galline, quattro papere, un pozzo malconcio, un orticello, una casupola decadente, una moglie rompiscatole e due figli fannulloni, facevano da contorno a una vita fatta di miserie e poche passioni.
Michele, tutte le sere, dopo una giornata passata a spaccarsi la schiena nei campi e a tirar su l’acqua putrida e puzzolente dal pozzo di famiglia, cenava davanti al fuoco, caldo e suadente, dell’annerito camino. Amava accompagnare il suo tozzo di pane “trumpatë” (fatto in casa) con un fiasco di vino “slavato” (si usava aggiungere acqua al vino, non tanto per evitare ubriacature o problemi di salute, ma per miseria).
Una sera, legato il cavallo al solito anello in ferro, approfittando dell’assenza di moglie e figli, andati in paese, si accese le candele e si adagiò sul ‘saccone’ riempito di paglia e foglie secche. Tutte le sere, prima di mangiare, aveva preso l’abitudine di verseggiare antiche filastrocche in dialetto e il suo abituale mantra era: “Murtë e vivë, së vulitë, mënite a magnà pë mmé, sënnò javëtënë vènnë a ‘lli casë vostrë” (morti e vivi, se volete, venite a mangiare con me, altrimenti ritornatevene a casa vostra).
Fuori pioveva a dirotto. L’acqua, caduta copiosa, si infiltrava tra le fessure della vecchia porta. Michele riprese a canticchiare la sua vecchia filastrocca, ma non finì di pronunciare la prima frase che un colpo alla porta lo fece sobbalzare dal saccone. “Chi può essere a quest’ora – si chiese fra sé e sé – fuori piove, lampi e tuoni, nebbia e fango rendono impossibile stare là fuori.”
“Chi è? Chi è che bussa?” rispose.
Michele si fece coraggio, aprì la porta, ma fuori non c’era l’ombra di anima viva. Forse era stato il vento. Tornò dentro. Intanto, il cavallo sembrava nervoso. I suoi nitriti si facevano sempre più agitati. L’animale iniziò a scalciare e a rumoreggiare sempre più.
Michele, infastidito, si diresse, più nervoso del cavallo, verso la porta. Non fece tre passi, o forse ne fece quattro, che la “tavolaccia” si aprì di scatto e uno strano figuro apparve sull’uscio. “Chi sei e che vuoi?”, chiese subito Michele, tra paura e stupore. “Non ho soldi, se vuoi ti posso dare due olive, un po’ d’olio, qualche cipolla e una dozzina di uova”, continuò il nostro malcapitato, pensando a un ladro.
La figura sulla porta rispose con voce rauca “vugghjë a tté” (voglio te) e cominciò a inseguirlo per tutta la stanza, buttando per aria ciò che trovava davanti.
Michele riuscì a sfuggire alla furia di quel losco individuo guadagnando l’uscita e, montato in sella al cavallo, scappò senza meta lungo l’unica via che legava la sua masseriola alla civiltà, ovvero la strada per Foggia. L’animale non aveva mai corso così tanto. Ormai il pericolo sembrava lontano. Giunti sotto un cerro, Michele decise di fermarsi, anche per far riposare l’incolpevole cavallo. Smise anche di piovere.
Di colpo, una voce da dietro: “Jè jnutëlë che fujë, tantë sémpë da mé a mënì” (è inutile che corri, tanto sempre da me devi ritornare). Michele non esitò un attimo, si rimise in sella e continuò la sua folle corsa verso il capoluogo foggiano. L’ombra, intanto, iniziò a seguirlo, e più il cavallo correva più l’oscura figura sembrava avvicinarsi.
Altra cosa malinconica, che ci emoziona, è il ricordo delle nostre famose domande innocenti al narratore: “Come andò a finire?” Ci sentivamo sempre rispondere che non erano ‘cose da bambini’. In realtà, il racconto veniva concluso anche con la nostra presenza…
“Il povero Michele venne trovato morto all’ingresso di Foggia, vegliato dal cavallo. Fu stroncato, da un infarto”. E quell’ombra? “Era la morte! E aveva anche il falcione”.
Poi scattava la domanda ‘razionale’ (beata innocenza infantile) per la nonna: “Ma se Michele era solo, come hanno fatto a sapere questa storia?”
“Che vuoi dire? – conclude confusa la nonna – che ho avuto paura per oltre settantacinque anni di quella storia, che non restavo mai da sola in campagna o qui a Rignano, per timore di incontrare quell’ombra”.
Già. ‘Ipse dixit’. La nonna aveva sempre ragione [Fine parte I].
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Storia tratta da: “Lupi Mannari, streghe e fantasmi del Gargano”, A. Del Vecchio, 2008.

COMMENTI

WORDPRESS: 0