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«Dal 22 luglio scorso sono nella sede di Monte Sant’Angelo dell’Ente Parco nazionale del Gargano a svolgere il compito di commissario dell’Ente affidatomi dal Ministero dell’Ambiente con decreto emesso il 15 settembre scorso, per la durata di sei mesi, un compito che continuerò a svolgere regolarmente salvo naturalmente diversa comunicazione del Ministero». Così Raffaele Di Mauro, commissario nominato dell’Ente Parco dal Ministro Gilberto Pichetto Fratin, a chiarimento di quella kafkiana situazione in cui si è ritrovato il vertice dell’organismo di gestione di uno dei maggiori e suggestivi patrimoni naturalisti e economici nazionali, dopo lo scompiglio creato dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che aveva indicato alla presidenza di quell’ente, persona diversa, Vincenzo D’Errico.
La dichiarazione di Di Mauro pone un punto fermo nelle procedure previste per la nomina del presidente, che prevedono la proposta di una terna di nomi da parte del Ministro dell’Ambiente (nello specifico: il foggiano Raffaele Di Mauro, il rodiano Vincenzo D’Errico e la vichese Tiziana Casavecchio) nella quale il presidente della Regione indica la sua preferenza che per essere esecutiva ha bisogno del decreto di nomina da parte del Ministro dell’ambiente.
Nel caso concreto del Parco del Gargano, i due momenti non collimano, sono entrati in collisione, ognuno fermo sulla posizione assunta. Che Forza Italia (il partito cui fanno riferimento i tre nominativi proposti da Pichetto Fratin) ha cercato di correggere invitando D’Errico a rinunciare. Cosa che l’albergatore di Rodi si è ben guardato dal farlo, ha anzi minacciato di cambiare casacca. E per confermare nella sua volontà di dare corso all’indicazione regionale, si è affrettato a dichiarare di essere al lavoro per definire gli organismi di gestione, le progettualità da attivare sul territorio.
Una espressione di buona volontà che però non trova sostegno nella legalità. In punto di legge D’Errico non è insediato nella carica perché mancante dell’atto determinante del decreto di nomina la cui emissione spetta al Ministro dell’Ambiente che ha confermato Di Mauro commissario. Per la definizione del sesto presidente (commissariamenti a parte) dell’ente garganico, è dunque tutto in alto matre. Il Ministro avrebbe congelato ogni cosa rinviando tutto a dopo le elezioni regionali che si terrano oltre questo autunno. Il punto di fondo e di contesa dell’intera questione, è il controllo politico-elettorale di un territorio sul quale operano diciotto comuni, attraverso l’organismo di gestione di riferimento che è per l’appunto l’Ente Parco del Gargano.
Lo scontro o la battaglia, è aperta. La mossa dell’esponente del governo Meloni si è scontrata con quella del governatore della Puglia che sul Gargano e non solo, è rappresentato dal suo vice, il montanaro Raffaele Piemontese che punta in alto. In questa ostica disputa, già avviata senza esclusioni di colpi, ammantata da tante incertezze, si muove la questione presidenza dell’Ente Parco la cui egemonia consente un vasto controllo politico e dunque di voti.
Una situazione niente affatto esaltante, quale è quella complessa e articolata del Parco nazionale del Gargano, che evidenzia come le sorti di una entità naturalistica paesaggistica, un potente scrigno di biodiversità, con importanti valenze economiche non solo riferite al turismo, siano condizionate da schermaglie “politiche-elettorali” che nulla hanno a che fare con le esigenze tecniche, economiche e gestionali di un territorio straordinariamente unico che rischia di depauperarsi irreparabilmente.
Michele Apollonio

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