IL TORO CHE DICE ALL ASINO CORNUTO

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È UNO dei più diffusi proverbi italiani, di origine antiche che affonda le radici nella saggezza della tradizione popolare e contadina. Il bue che dice cornuto all’asino è colui che vede i difetti degli altri criticandoli senza rendersi conto di avere gli stessi difetti se non addirittura peggiori. Esopo o Fedro hanno affidato, meno drasticamente forse ma ugualmente espressivo, lo stesso concetto a due bisacce: quella dei vizi altrui sempre bene in vista dinanzi pronti ad essere spifferati, e quella dei difetti propri nascosta dietro la schiena.
IN OGNI caso una significativa ed eloquente metafora che ben si adatta alle persone che criticano e disprezzano altre persone non avvedendosi magari di trovarsi nella medesima posizione. Una situazione che si verifica spesso nella quotidianità della vita, ma in modo particolare in ambito politico dove la polemica spesso trascende spinta dalla foga di accusare l’altro di cose che vede nel sacco che ha davanti e non si perita di verificare se quella che porta alle spalle contiene gli stessi rilievi se non peggiori. I tantissimi talk-show televisivi offrono un campionario spesso disarmante, a dire poco.
MA ANCHE negli ambiti politici più ristretti comunali le occasioni non mancano alimentati da post e assimilati, che i cittadini si sorbiscono con quali sentimenti si possono immaginare accompagnati da commenti anche questi immaginabili, considerato che di quelle diatribe non gliene frega niente e vorrebbe al contrario sapere di cose costruttive che interessano la città e i cittadini. Tra queste “contese” ha colpito ultimamente una dissertazione sulla “Dignità” e sulla “Verità” disconoscendole all’avversario politico e gratificandosele per sé. Proprio come fanno intendere i proverbi richiamati innanzi.
IL FINE è la demolizione politica dell’avversario e l’esaltazione di sé stesso nella illusione di aver stabilito “verità” e scoperto false “dignità”. Non rendendosi conto che alla fine quelle recriminazioni sono ricadute su chi le architetta. Anche perché non scoprono niente di nuovo che la gente già non sappia e con maggiori e attendibili particolari.
È TEMPO di finirla con i retropensieri, le ricostruzioni strumentali di eventi ignobili passati alla storia. È necessario cambiare registro, di mettere in atto quello che tutti dicono di volere: contribuire ciascuno dalla propria posizione, a dare una nuova impronta alla città. Manfredonia, è notorio e lo ripetono tutti, vive una situazione di grande affanno. Un delicato momento di transizione epocale che tocca ambiti culturali, economici, politici, sociali. Si cerca di guardare avanti, di costruire qualcosa che restituisca, questi si, Dignità e Verità ad una popolazione che, piaccia o non piaccia, ha espresso liberamente e democraticamente (se così non è che si facciano le denunce alle competenti Autorità) un indirizzo, ordito un canovaccio da sviluppare.
È SU QUESTO che, saggezza popolare e virtù politica impongono, che tutti i referenti in causa si impegnino onestamente senza infingimenti e pretesti di pecche e peccati. Ecco: che scagli la prima pietra chi è senza colpe, errori, omissioni. È assolutamente inutile fare processi (da quale tribunale o pulpito?) ad un passato ben riconosciuto e condannato dal quale è perentorio discostarsi non certo con post e assimilati, ma con azioni ben connotate, trasparenti e proclamate. Basta con le commediole da avanspettacolo. Se non si imbocca e percorre una strada chiara e ben indirizzata si rimarrà sulla medesima vecchia sterile mortificante posizione. Segnali e opportunità di una profonda resilienza generale ci sono: che se ne faccia tesoro.
Michele Apollonio

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