Lavoro, tornano i voucher: dagli hotel ai ristoranti, ecco chi potrà usarli

Con la prima legge di bilancio del governo Meloni tornano i voucher, i cosiddetti buoni lavoro, cancellati nel 2017 dal Governo Gentiloni e introdotti

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Con la prima legge di bilancio del governo Meloni tornano i voucher, i cosiddetti buoni lavoro, cancellati nel 2017 dal Governo Gentiloni e introdotti per la prima volta nel 2003 con la legge Biagi (ma operativi solo dall’anno successivo) come forma di pagamento alternativa in caso di lavoro occasionale accessorio o di prestazioni saltuarie.

Assegno da 10 euro l’ora (7,50 euro netti)
Dal 1° gennaio sarà possibile ricorrere ai buoni lavoro per i settori dell’agricoltura, del cosiddetto comparto Horeca (industria alberghiera) e della cura della persona, in particolare per quel che riguarda i lavori domestici. Il nuovo “assegno” avrà un valore nominale di 10 euro lordi all’ora (7,50 euro netti) e un tetto di reddito per i lavoratori fino a 10mila euro l’anno. Obiettivo quello di avere «uno strumento utile per regolarizzare il lavoro stagionale e quello occasionale» da accompagnare a “controlli molto rigidi” per “evitare storture”.

(Petinovs - stock.adobe.com)

Tetto raddoppiato

Viene così raddoppiato il tetto di reddito ammissibile rispetto a quanto previsto dalle norme introdotte con il Dl dignità che aveva fissato a 5mila euro, per le “prestazioni occasionali” rigidamente circoscritte, il reddito massimo per i lavoratori, indipendentemente dal numero dei committenti e imponendolo anche ai quei datori di lavoro che avessero attinto da questo canale per evitare derive nell’uso di uno strumento dedicato a regolarizzare il lavoro saltuario.

Dal 2008 al 2017 venduti 433 milioni di buoni lavoro

La decisione di rimettere in pista i voucher è destinata a riaprire il dibattito su una misura che dal 2008 al 2017 aveva registrato utilizzi record: in 104 mesi, secondo i calcoli dell’Inps, furono venduti complessivamente 433 milioni di buoni lavoro. Buoni lavoro, esentasse e che non prevedevano nessun tetto di utilizzo a carico del datore di lavoro, duramente criticato da Cgil, Cisl e Uil per i quali gli assegni erano in molti casi una forma di precariato estremo e povero.

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