RIFLESSIONI A MARGINE DELL’INIZIATIVA “PROPOSTA PUBBLICA PER MANFREDONIA, MONTE SANT’ANGELO, VIESTE CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA”

Gentile direttore, ringraziandola per lo spazio che puntualmente ci dedica e mi dedica, vorrei sintetizzare quanto emerso dall’evento della settimana

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Gentile direttore, ringraziandola per lo spazio che puntualmente ci dedica e mi dedica, vorrei sintetizzare quanto emerso dall’evento della settimana scorsa all’auditorium “Serricchio” nella quale si proponeva di candidare Manfredonia e tutto il territorio garganico, con Monte Sant’Angelo e Vieste, a capitale della cultura italiana, evento organizzato dai Rotary club di Manfredonia con Legambiente FestambienteSud e il sostegno di Centro studi “Serricchio”, Società di Storia patria, Lyons Manfredonia Host, Touring club.

La proposta non era solo un’idea ma la definizione di un’operatività: le amministrazioni che vogliano attivare il percorso utile alla candidatura sappiano che devono solo venire a far propria una progettualità già concreta e operativa di cui già disponiamo. E tuttavia la proposta è suonata ai moti come una proposta provocatoria. “Accidenti, ma stiamo scherzando?”. è stata questa la prima reazione dei più a tale idea: come si fa a parlare di “capitale della cultura italiana” per Manfredonia dove notoriamente, mediamente, questa non è fra le principali attenzione dei cittadini e dove, per esempio, gli indici di lettura sono quelli dell’Uganda. Una città in crisi, dove il comune è in dissesto finanziario, dove le più grandi aziende hanno chiuso, una città che ospita la commissione antimafia che ad ottobre emetterà il verdetto, un territorio mafioso e piazza di riciclaggio dove il bene comune è inviso e umiliato.

E’ una provocazione, senz’altro. E provocare proprio questo vuol dire, chiamare fuori alla sfida, sfidare per andare oltre.

E allora ci sono due punti di vista da considerare.

Oggettivamente, e questo lo diceva Serricchio, Ferri e tanti altri, il territorio sipontino ha tutte le caratteristiche, tutti i contenuti per poter assurgere ad essere città della cultura, come nel corso della serata del 29 ha spiegato Enzo Donofrio: Manfredonia ha tesori che si possono spendere per questo progetto, tesori che se si associano a quelli del comprensorio garganico, da Monte Sant’Angelo (due siti Unesco) a Vieste a San Marco in Lamis, a Vico, a Mattinata, ecc., e offrono al pubblico un valore di destinazione culturale unico nel Mediterraneo.

Soggettivamente, la cittadinanza sipontina e garganica in genere questa qualità del territorio che abita non la percepisce affatto: nei nostri conterranei e concittadini c’è la inconsapevolezza, la visione di un territorio privo di memoria e di storia che vale poco o solo nella misura in cui può essere usato per essere occupato con tavolini di un baretto di scarsa qualità, un territorio che può essere svenduto e maltrattato. C’è lo stigma puramente meridionale del complesso di inferiorità della “donna perduta”, siamo perduti diamoci al primo che passa.

E’ questo stigma che ha concorso al proliferare della mafia nelle nostre zone, del malaffare, della rassegnazione.

Due anni fa chiesi ad un materano se avesse capito “quando” c’era stata la svolta per Matera, quella che un tempo era la “città della vergogna” ed ora è capitale europea della cultura; l’amico mi disse che la svolta c’era stata quando i materani si erano resi conto che era davvero plausibile che Matera fosse capitale europea, e incominciarono a prendere coscienza di questo, ed anche di se stessi, e a comportarsi in maniera diversa, in maniera che giustificasse questo ruolo, e incominciarono a cambiare le carte in tavola, il modo di essere cittadini, a partire da se stessi. A Bitonto, città difficile dell’orbita barese, la candidatura della città a capitale della cultura italiana per il 2020 ha dato un cambio di passo che è sotto gli occhi di tutti: è arrivata fra le dieci finaliste nell’elenco vinto da Parma, ed ora quella sfida ha sapere di riscatto.

Ecco allora l’ulteriore passaggio: i manfredoniani, i garganici, hanno bisogno di cambiare prospettiva, di liberarsi dello stigma che si sono costruiti, di procedere inversione di mentalità totale, sia in quanto persone che in quanto cittadini. Ne hanno bisogno perché “cultura” non è solo “sapere”, “istruzione”, “bellezza”, ma è anche e soprattutto una delle voci più importanti del Pil italiano, un settore che fattura miliardi e cambia le cose e le città per sempre. Cultura è economia. E poi ne hanno bisogno a livello civile, economico, politico.

E’ possibile costruire insieme un percorso nuovo, dal basso, ognuno scrivendo una parola in un progetto comune, e questo della “capitale della cultura italiana” può essere un modo per ricominciare.

Andrea Pacilli

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