Quale futuro per il porto di Manfredonia

Il sindaco Riccardi: “Occorre una coscienziosa e responsabile presa d’atto della situazione dello scalo marittimo per metterlo in condizione di dare s

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Il sindaco Riccardi: “Occorre una coscienziosa e responsabile presa d’atto della situazione dello scalo marittimo per metterlo in condizione di dare slancio e prospettiva al nostro territorio”. Il movimento portuale

Il porto di Manfredonia è al centro di un vivace dibattito circa il ruolo da definire nel contesto della portualità pugliese. Il governatore della Puglia Nichi Vendola, promotore di iniziative volte a rilanciare le attività dei porti pugliesi proponendo un sistema integrato di rete da Manfredonia a Santa Maria di Leuca, ha espresso quanto meno delle riserve sul futuro del porto di Manfredonia sostenendo che “è difficile definirlo in rapporto alla città stessa o alla sua storia” spiegando che “nel sistema Puglia occorre attribuire specializzazioni produttive ad ogni singolo segmento integrando tutte le nostre strutture portuali”.
Un ragionamento che ha una sua fondata razionalità considerato che i porti pugliesi, così come del resto tutti i porti del modo, hanno ciascuno una propria specificità di riferimento. E il porto di Manfredonia quale peculiarità di indirizzo presenta?
Un sia pur veloce escursus storico delle attività svolte nello scalo sipontino non soccorre molto per individuare una “specializzazione produttiva” riferita al territorio di pertinenza. Una carenza questa addebitabile più al retroterra di riferimento, vale a dire la Capitanata, del quale il porto avrebbe dovuto essere una delle strutture portanti. Così che il porto si è andato adattando di volta in volta alle esigenze del momento senza mai acquistare una fisionomia propria ben definita.
La storia del porto che poi coincide con quella della città, annovera due grandi momenti. Il primo è quello della bauxite estratta nella miniera delle Matine della vicina San Giovanni Rotondo durante l’ultimo conflitto mondiale: la “terra rossa” accumulata sulla banchina di ponente veniva caricata sulle navi da un esercito di portuali armati di “coffe” portate a spalla. Il secondo ci porta agli Anni settanta, all’esperienza dell’industria chimica di Anic-Enichem allorquando per esportare l’urea si costruì quello che è il tecnologico porto industriale. E’ stato il periodo di maggior attivismo dei traffici portuali che superarono i due milioni di tonnellate l’anno.
Un picco dal quale il movimento portuale è andato scendendo sino ad arrivare al minimo storico registrato nel 2011 di 756.622 tonnellate. Ancor più deprimente è il dato riferito alla, per dirla con Vendola, “specializzazione produttiva”. Dai dati esposti dalle statistiche ufficiali si dovrebbe dedurre che tipologia guida dei traffici sono acqua, ghiaia e grano presenti rispettivamente con 154.952, 150.850 e 146.043 tonnellate. Oltre la metà del totale. Ben poca e povera cosa. Il resto disperso in piccoli quantitativi di perlite, carbonato sodico, urea, solfato ammonico, alcoholic beverages, mais, orzo, fertilizzanti, componenti eolici. Anche l’apporto della più grande azienda del Contratto d’area, la vetreria Sangalli, è modesto: 66mila t. di sabbia silicea e 4.189 t. di vetro. Il discorso porto è insomma tutto da impostare.
“Non c’è stata una coscienziosa e responsabile presa d’atto della situazione non solo in loco ma anche quanto meno nella Capitanata”, annota il sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi che con una serie di iniziative (Protocollo per l’allargamento delle circoscrizione portuale, azioni presso la Regione Puglia) ha riportato la questione porto al centro dell’attenzione degli organismi preposti regionali e governativi. “Siamo ad una fase cruciale – rileva – nella quale è indispensabile operare nell’interesse dello sviluppo dello scalo marittimo in modo che possa competere con le altre strutture portuali nell’ottica di dare slancio e prospettiva non solo economica al territorio”.

Ufficio Stampa e Comunicazione – Comune di Manfredonia (FG)
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