Per un volta il Mezzogiorno se la cava meglio, complici gli investimenti del Pnrr e gli effetti espansivi del tanto vituperato Superbonus. Ma il pro

Per un volta il Mezzogiorno se la cava meglio, complici gli investimenti del Pnrr e gli effetti espansivi del tanto vituperato Superbonus. Ma il problema resta. Da vent’anni a questa parte gli artigiani e le piccole botteghe, pur con le dovute eccezioni, stanno diventando i nuovi «panda» dell’economia nazionale. Specie in via di estinzione, soffocate da costi spropositati, concorrenza insostenibile e da un cambiamento fatale delle abitudini di consumo.
I numeri A certificare la crisi del settore è un report della Cgia di Mestre. Cifre alla mano, il dato è inequivocabile: nel 2008, anno del picco, in Italia c’erano 1,5 milioni di attività artigiane mentre nel 2015 si registravano ancora 1,7 milioni di persone impegnate nel settore. Da allora la discesa è stata vertiginosa con una perdita di 300mila sedi e quasi mezzo milione di unità. Sul fronte delle Regioni, il peggior tracollo decennale (2015-25) lo hanno avuto le Marche e l’Umbria – non casualmente terre di borghi – mentre Basilicata e Puglia si attestano alla 14esima e 15esima posizione della classifica nazionale con variazioni percentuali (-20,4% e -20,3%) comunque inferiori al dato italiano, cioè -25,1%. Stesso discorso per le città: tutti i capoluoghi pugliesi e lucani, se si considerano le perdite del 2024-2025, sono sotto la media nazionale (-5,1%): fa peggio Foggia (-5%), seguita da Bari (-4,6%) mentre il dato migliore è quello di Materea (-3,4%). La maglia nera della penisola spetta alla provincia di Pesaro-Urbino con un tragico -8,3%.
DOVE La chiusura delle attività artigiane colpisce in egual modo le grandi città così come i piccoli borghi. In quest’ultimo caso, però, il danno è ancora più grave. Come appunta lo studio della Cgia «i negozi e le botteghe giocano un ruolo fondamentale nei centri storici e nelle piccole comunità, contribuendo all’identità culturale, all’economia locale e al mantenimento del patrimonio. Queste attività, spesso situate in edifici antichi, arricchiscono l’ambiente urbano con la loro presenza e le loro creazioni, attirando turisti e residenti». In ogni caso, la perdita rimane comunque drammatica in tutti i contesti perché veder scomparire una bottega vuol dire assistere allo spegnersi di «un presidio di socialità, competenze e identità».
CHI SI SALVA? A cavarsela sono oggettivamente in pochi. Gli artigiani del benessere, ad esempio, non conoscono crisi: acconciatori, estetisti, massaggiatori e tatuatori continuano ad andare forte, rileva il report. Lo stesso può dirsi per l’alimentare da asporto tra gelaterie e gastronomie. Anche il settore del lusso assiste a una dignitosa primavera: abiti sartoriali su misura e restauro di mobili antichi sono tra le nicchie più fortunate. Dove la meccanizzazione e l’intelligenza artificiale non possono arrivare c’è ancora speranza.
Le cause della crisi Sono sostanzialmente quattro le ragioni che presiedono al tracollo. Innanzitutto, la concorrenza dell’e-commerce che, al pari dei grandi ipermercati, riesce a offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala. In questo senso, i cambiamenti delle abitudini di consumo incoraggiano il nuovo che avanza: la gente passeggia di meno, ha poco tempo e si concentra su acquisti mirati, possibilmente consegnati a domicilio. Pesano poi i costi fissi elevati e la capacità di reggere le crisi: tassi, affitti e utenze, uniti magari a periodi fisiologici di calo delle vendite, sono più facilmente assorbibili da giganti che vendono in tutto il mondo, piuttosto che da piccole realtà di quartiere, condannate a «ballare» in eterno sulla sottile linea della sopravvivenza. Il colpo di grazia del calo demografico chiude infine il cerchio: meno abitanti, e quindi meno scuole e meno uffici, vuol dire meno clienti da attirare in negozio.
Invertire la tendenza Per salvare il salvabile la Cgia propone sostanzialmente due idee. Innanzitutto, un «reddito di gestione delle botteghe artigiane» per chi, giovane o meno, apre o conduce una attività in centri con meno di 10mila abitanti. E poi il tanto invocato rilancio della formazione professionale. La svalutazione culturale del lavoro manuale, infatti, ha relegato molti istituti al rango di «scuole di serie B», se non di serie C, mentre gli imprenditori non trovano più manodopera e le riparazioni di un mobile o di un elettrodomestico guasto, ricorda il report, sono diventate operazioni tutt’altro che scontate. Pardossi di un mondo dei giganti in cui ciò che è a misura d’uomo arretra spaventosamente. Il problema è che lo chiamano progresso.
Anche i borghi finiscono in vetrina: quando identità e autenticità si riducono a merci da consumare
(di Marino Pagano)
Ogni borgo turistico racconta una storia. La questione è capire chi la racconta, quanto corrisponde alle fonti e quanto invece nasce dalle esigenze della promozione. Quando il passato diventa un richiamo commerciale, il confine tra memoria, storia e marketing può diventare molto sottile.Il fenomeno è ormai familiare. Arrivano i visitatori, crescono le strutture ricettive, si moltiplicano i negozi, i social trasformano ogni angolo in una fotografia. Il borgo diventa riconoscibile e desiderabile. Ed è proprio qui che nasce il problema: cosa significa davvero autenticità? Ogni borgo antico è il risultato di secoli di trasformazioni. Case modificate, strade rifatte, edifici restaurati, tradizioni reinventate. Anche il modo di raccontare quel luogo è cambiato. Il passato che vediamo è anche quello che qualcuno ha scelto di conservare e mostrare.La filologia può aiutare a distinguere le fonti dalle interpretazioni, i documenti dalle leggende. Nel racconto turistico, però, i confini diventano più sfumati. Una leggenda assume il tono del fatto storico, un’etimologia popolare diventa una certezza, una tradizione recente acquista l’aura dell’antichità.Una leggenda può avere poco fondamento documentario e rappresentare comunque una parte autentica della memoria di una comunità. Il problema arriva quando la memoria diventa certezza e la certezza diventa marketing.
Da qui il paradosso dell’autenticità contemporanea: più la cerchiamo, più rischiamo di costruirla.
Il marketing territoriale ha bisogno di immagini semplici: la pietra, il vicolo medievale, la piazza, il prodotto tipico, la festa, l’artigiano. Simboli efficaci, che possono però rendere simili borghi profondamente diversi.
La questione diventa più delicata quando la trasformazione dell’immagine modifica anche il luogo. Le abitazioni diventano strutture ricettive, le attività si orientano verso il turismo, gli spazi pubblici vengono organizzati pensando soprattutto a chi arriva. Il residente rischia di diventare una presenza secondaria nel proprio paese.Il borgo viene così valorizzato e, nello stesso tempo, consumato. Anche il restauro partecipa a questa trasformazione. Un centro storico restaurato può restituire dignità agli edifici e rendere leggibile la storia di un luogo. Ogni intervento, però, comporta delle scelte: stabilisce quale immagine del passato debba emergere e cosa debba essere conservato. Il patrimonio è anche una selezione.Per questo storia e filologia possono diventare alleate del turismo. Possono raccontare l’origine di una leggenda, le trasformazioni di un edificio, le memorie rimaste ai margini. L’incertezza può diventare parte della storia e le contraddizioni possono renderla più credibile.Il rischio arriva quando il borgo diventa una confezione, il patrimonio una serie di immagini da consumare e la storia uno slogan. A quel punto la promozione turistica comincia a divorare ciò che vende.
Un borgo vive di abitanti, attività, relazioni e trasformazioni. La sua identità comprende il passato, il presente e il diritto di cambiare. Promuoverlo significa raccontarne le bellezze insieme alla storia, alle stratificazioni e alle fragilità. Significa attirare visitatori senza trasformare ogni spazio in una vetrina e ogni tradizione in una merce. L’autenticità può essere molto più semplice di come la racconta il marketing: un borgo resta autentico quando continua a vivere, quando le persone possono ancora abitarlo, lavorarci e riconoscerlo come casa. Un luogo davvero vivo non ha bisogno di fingere di essere rimasto fermo nel tempo.

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