Olio extravergine, è crisi in Puglia: il 50% resta invenduto nel nord barese

Puglia da sempre celebre per il suo olio extravergine, eppure da qualche mese è crisi nera: i depositi e le cisterne di frantoi e cooperative sono p

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Olio extravergine, è crisi in Puglia: il 50% resta invenduto nel nord barese

Puglia da sempre celebre per il suo olio extravergine, eppure da qualche mese è crisi nera: i depositi e le cisterne di frantoi e cooperative sono pieni, le contrattazioni commerciali dell’extravergine sono ferme da mesi e nel Nord Barese circa il 50% del prodotto trasformato nell’ultima campagna giace ancora invenduto.Dietro questa paralisi, accusano i produttori, c’è l’ingresso massiccio di olio non tracciato, senza controlli, rivenduto come nostrano nei supermercati, insieme ai prezzi gonfiati praticati dalla grande distribuzione sull’olio italiano. A raccontare questo momento di pesante difficoltà è Tommaso Loiodice, presidente di Unapol (Unione nazionale associazioni produttori olivicoli ) dal 2013, che parla di una crisi strutturale che rischia di colpire l’intera filiera.

Presidente, come descriverebbe il quadro attuale del comparto?

«Siamo davanti a una situazione che definirei di blocco totale. Non è solo un rallentamento: è un mercato che non risponde più ai suoi meccanismi naturali. I frantoi hanno metà del prodotto ancora in giacenza, le cooperative non riescono a muovere l’olio e molti produttori non hanno visto un euro dopo una campagna che è durata quasi un anno e mezzo. È una crisi che non nasce da un calo della qualità o da una cattiva annata, ma da un sistema che si è inceppato e che non tutela chi produce davvero olio italiano».

Quali sono le cause principali di questa paralisi?

«La prima causa è l’ingresso di olio non tracciato, spesso importato senza controlli adeguati, che viene rivenduto come italiano. Questo altera i prezzi, confonde il consumatore e mette fuori mercato chi lavora con serietà. Poi c’è la grande distribuzione, che continua a proporre prezzi che non rispecchiano il valore reale dell’extravergine italiano. Il risultato è che chi ha investito nella campagna ora si trova con riduzioni di prezzo che superano il 30%. E quando dico riduzioni, intendo che il prodotto viene valutato meno di quanto è costato produrlo. È una dinamica insostenibile».Che impatto ha questa situazione sui produttori? «L’impatto è devastante. Ci sono produttori che hanno conferito l’olio e non hanno ancora capitalizzato il lavoro di 18 mesi. I costi del 2025 sono esplosi: carburanti quasi raddoppiati, concimi alle stelle, spese di gestione aumentate. E ora, dopo aver sostenuto questi costi, si trovano davanti a un mercato fermo. Se la prossima campagna sarà buona, come sembra, questa stasi potrebbe trasformarsi nel colpo di grazia. Perché non è pensabile affrontare una nuova annata con le cisterne ancora piene della precedente. È un rischio reale di collasso».

La decisione del Consiglio oleicolo internazional esugli steroli, nei giorni scorsi, può aiutare il settore?

«La decisione del Coi, adottata a Lisbona nella 123ª sessione plenaria, rappresenta un traguardo che tutela le varietà italiane e arriva in un momento di particolare difficoltà del comparto. È un passo avanti importante, e lo dico con convinzione. Aver stabilizzato a 800 mg/kg il limite per le cultivar Coratina e Nocellara del Belice elimina un ostacolo che penalizzava oli eccellenti. Le peculiarità delle nostre cultivar non sono un’anomalia da correggere, ma l’espressione autentica del territorio. Il Coi ha riconosciuto questo principio e ha eliminato la scadenza della deroga, permettendo alla filiera di promuovere queste varietà con maggiore serenità legislativa. Io stesso avevo ribadito questa istanza nella sessione del Comitato consultivo del 29, perché non era più accettabile che oli straordinari venissero penalizzati da un parametro non aggiornato ai cambiamenti climatici e alle tecniche di lavorazione. È una vittoria culturale prima ancora che tecnica».

Cosa dovrebbe fare ora la filiera per evitare il collasso?

«Serve una strategia nazionale, non più rinviabile. Controlli reali sulle importazioni, tutela delle monocultivar, valorizzazione del prodotto in purezza, un patto tra produttori, frantoi e distribuzione. E serve una comunicazione chiara verso i consumatori: gli steroli non influenzano gusto né proprietà organolettiche, sono solo un parametro tecnico. Il mercato oggi chiede oli monovarietali, ma fino a ieri la legge rischiava di impedirne la vendita. Ora abbiamo una base normativa più solida, ma senza un mercato che riconosca il valore delle nostre cultivar, questa conquista rischia di restare isolata. La filiera deve muoversi insieme, altrimenti rischiamo di perdere un patrimonio identitario».

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