Il ghetto di Borgo Mezzanone come simbolo di una disumanizzazione profonda, dove lo sfruttamento agricolo non si limita più al lavoro nero o ai sa

Il ghetto di Borgo Mezzanone come simbolo di una disumanizzazione profonda, dove lo sfruttamento agricolo non si limita più al lavoro nero o ai salari da fame, ma assume i contorni di una vera e propria schiavitù moderna. È la denuncia di Soumaila Diawara, scrittore e attivista, autore di libri come “Le cicatrici del porto sicuro”, “L’Africa martoriata” e “La nostra civiltà”, nei giorni scorsi a Foggia per presentare le sue opere.In un intervento pubblicato alcune settimane fa su transform! italia, nodo italiano della fondazione transform! europe, Diawara racconta il suo viaggio nel ghetto alle porte di Foggia e descrive una realtà fatta di baracche, marginalità, caporalato, lavoro nei campi e uso di sostanze che, secondo la sua ricostruzione, servirebbero a reggere ritmi disumani.
La denuncia sul ghetto
Diawara parla di un luogo in cui migliaia di persone vivono ammassate tra lamiere e strutture improvvisate, senza condizioni dignitose, senza servizi adeguati e senza reale protezione. Braccianti che ogni giorno si alzano prima dell’alba per raggiungere i campi e lavorare per ore, spesso per paghe bassissime.Secondo lo scrittore, non si tratta soltanto di sfruttamento lavorativo, ma di un sistema che annienta progressivamente la volontà e la dignità delle persone. “Quello che ho scoperto non è soltanto sfruttamento: è molto di più”, scrive Diawara nel suo intervento.
Il nodo delle sostanze e del controllo
Uno dei passaggi più duri riguarda la presunta circolazione nel ghetto di un farmaco, indicato da Diawara come Royal-225, che a suo dire verrebbe assunto da alcuni lavoratori, anche insieme all’alcol, per sopportare la fatica e il dolore.L’autore sostiene di essersi procurato un campione della sostanza e di averlo affidato a medici specializzati, che ne avrebbero confermato la pericolosità. Nella sua ricostruzione, l’uso di queste sostanze contribuirebbe a ridurre lucidità e capacità di reazione, rendendo i lavoratori ancora più vulnerabili.“Quando si droga un lavoratore per costringerlo a lavorare di più, quando si altera la sua coscienza per aumentare la sua produttività, non siamo più nel campo dello sfruttamento lavorativo. Siamo nel campo della schiavitù”, è uno dei passaggi centrali della denuncia.
Caporalato e criminalità
Nel testo, Diawara collega le condizioni del ghetto a un sistema organizzato di caporalato e controllo del lavoro agricolo. Un meccanismo che, secondo la sua analisi, si regge sull’invisibilità dei braccianti e sulla loro esclusione dalla vita sociale.L’autore descrive un contesto in cui lo sfruttamento diventa quotidianità e in cui i lavoratori, pur contribuendo in modo decisivo alla filiera agricola, restano ai margini, senza diritti effettivi e senza accesso pieno alla comunità.
“Il silenzio non è più accettabile”
Per Diawara, Borgo Mezzanone non è un’eccezione, ma il riflesso di un modello economico che trae profitto dalla vulnerabilità delle persone. Una realtà che interroga istituzioni, politica, imprese e consumatori.La sua testimonianza punta a rompere il silenzio su ciò che avviene nelle campagne del Foggiano e a riportare al centro il tema della dignità dei lavoratori migranti.“Ciò che accade a Borgo Mezzanone non è un’eccezione. È il riflesso di un sistema più ampio”, scrive Diawara. Un sistema che, secondo l’autore, continua a produrre ricchezza lasciando nell’ombra chi quella ricchezza la rende possibile.

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