Quando Manfredonia perse il suo Faro

– Esistono momenti in cui la Storia con la "S" maiuscola incrocia gli occhi di un bambino, trasformando un ricordo d'infanzia in un archivio prezi

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Esistono momenti in cui la Storia con la “S” maiuscola incrocia gli occhi di un bambino, trasformando un ricordo d’infanzia in un archivio prezioso per un’intera comunità. È il caso di Luigi Castriotta, pescatore in pensione, che nel settembre del 1943 si trovava sul posto insieme ad altri ragazzi della sua età, assistendo incredulo a uno degli atti finali dell’occupazione tedesca a Manfredonia e alla distruzione metodica delle infrastrutture portuali.
Il calendario segnava il 22 settembre 1943. Erano le 12:30 circa del mattino quando la quiete della città fu spezzata dal boato dell’artiglieria. Secondo quanto vissuto da Castriotta e dai suoi compagni, le truppe tedesche utilizzarono un cannone di medio calibro piazzato in un punto strategico della costa, situato esattamente dove oggi sorge il parco giochi per bambini, nei pressi del Castello.
L’obiettivo era “accecare” il porto prima della ritirata. Il ricordo di Luigi descrive una sequenza di agghiacciante precisione contro il faro principale: il primo colpo andò a vuoto ma servì per tarare la mira, il secondo lo colpì di striscio e il terzo, quello definitivo, centrò la torre facendola crollare al suolo.
Ma il dettaglio più incredibile del racconto di Luigi riguarda il secondo obiettivo dei cannoni: il fanale verde sulla punta del molo di Levante, caratterizzato dalla forma a fascio. Luigi ricordava che, nonostante il pezzo d’artiglieria avesse bersagliato la struttura con ben 7 o 8 colpi diretti, il fanale non cadde, riuscendo incredibilmente a restare in piedi.
Per molto tempo, la resistenza di quella struttura rimase un mistero. Luigi è scomparso un paio d’anni dopo avermi affidato questo racconto, ma la conferma definitiva della sua testimonianza è emersa poco tempo dopo la sua morte. Ritrovando per caso una foto storica del periodo, con la didascalia “1943 WWII USAAF 31° D SQ, Manfredonia ITALIA”, è stato possibile osservare i segni di quella scena.
Ingrandendo l’immagine nei punti in cui i proiettili avevano squarciato il cemento, è apparso chiaramente il segreto di quella tenacia: una fitta rete metallica inserita all’interno della struttura in cemento durante la costruzione. Fu proprio quell’anima di ferro a impedire al fanale di crollare sotto le cannonate tedesche.

Subito dopo i cannoneggiamenti, i tedeschi passarono al sabotaggio delle imbarcazioni. Minarono sul molo un’imbarcazione di Pescara, rimasta bloccata a Manfredonia a seguito del peggioramento della situazione, e tre storici trabaccoli locali i cui nomi e soprannomi sono ancora vivi nella memoria dei “vecchi” pescatori:: quelli di Fedele, “Giangic i Uagnün” e “Cianell” (Vitulano).
Il peschereccio pescarese fu distrutto in parte poiché si trovava attraccato al molo al momento dell’esplosione. Il destino dei tre trabaccoli di Manfredonia, che erano ormeggiati in mezzo al porto, fu invece diverso: grazie al provvidenziale e coraggioso intervento di Monsignor Cesarano, che si oppose con fermezza alla loro distruzione, le cariche non vennero fatte brillare e le imbarcazioni furono salvate.

Il fatto che Luigi li abbia citati con tanta precisione indica quanto profondo fosse il legame tra la cittadinanza e la propria flotta, vederli minati dai tedeschi non era solo un danno economico, ma un attacco all’anima stessa di Manfredonia.
Grazie alla testimonianza di Luigi Castriotta e alla conferma arrivata da quell’antico scatto americano, oggi sappiamo che il fanale del molo di Levante non è solo un punto di riferimento per i naviganti, ma un reduce che porta ancora dentro di sé i segni e la forza della nostra storia.

Dalle testimonianze di Luigi Castriotta.

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