L’ESORDIO ALLA REGIA DI PIO E AMEDEO “OI VITA MIA” CON UN BANFI MAGISTRALE. NELLE SALE ANCHE A VIESTE DAL 27 NOVEMBRE

A un certo punto del film, quando agli spettatori sarà già abbastanza chiara la commistione tra ruoli e umori, Lino Banfi (al quale l’età ha donat

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A un certo punto del film, quando agli spettatori sarà già abbastanza chiara la commistione tra ruoli e umori, Lino Banfi (al quale l’età ha donato una dolcezza soprannaturale) rivolgendo­si a Pio D’Antini e Amedeo Grieco chiede: «Perché vi in­cavolate tra voi? Ritrovatevi. Solo insieme potete fare qualcosa di unico. Unire gio­vani e anziani, ricordi e so­gni». Oltre ogni esigenza di copione (una casa di riposo per anziani affetti da malat­tie neurodegenerative è co­stretta a ospitare una comunità di recupero per ragazzi affetti da dipendenze), nella battuta che Banfi sembra porgere come spunto di ri­flessione per una società davvero inclusiva, Oi vita mia trova il senso della sua inattesa e sorprendente sag­gezza.Solo chi ha avuto a che fare con anziani affetti da demen­za – ima condizione che spo­glia innanzi tutto della digni­tà personale -, può capire fi­no in fondo l’utilità sociale di questo film, la cui struttura favolistica poggia su temi estremamente attuali, anzi drammatici. Affidare alla ri­sata ciò che la verità non ren­de più, perché assuefatti alla sua narrazione. La risata, in­vece, è ancerta come gli uomini, ecco perché una risata arriva prima di qualsiasi altra cosa. Oi vita mia, debutto al­la regia del duo comico fog­giano, non è solo credibile ma opportuno. Con un regi­stro finora estraneo ai due, affronta argomenti che pro­prio nell’acme dell’ilarità in­contrano il sacro che abita in ogni fragilità.Struggente la scena in cui Amedeo, capita­no degli anziani disposti in fila per giocare alla bandierina, cambia di posto Banfi a seconda del numero che vie­ne chiamalo: «Ma se non ti ricordi qual è, non me lo di­re» lo rimprovera Banfi. E Amedeo lo asseconda: «Hai ragione, è colpa mia». La sceneggiatura adotta il più effi­cace dei protocolli (non scrit­ti) cui devono attenersi pa­renti e assistenti delle perso­ne affette da Alzheimer, ovvero la tendenza a interagi­re con l’universo parallelo che chi ha perso la memoria prova a costruirsi. Il film in alcuni tratti lo fa con geniali­tà, come quando Banfi per opporsi alla caducità ripren­de qualsiasi cosa lo circondi, mentre Amedeo lo racconta a Pio con la canzonatura no­stalgica del Nerozzi in Amici mei: «Riprende tutto quello che gli succede, così non di­mentica».Abbandonato l’archetipo dei poli opposti (l’amico buono che ritrova quello cat­tivo e viceversa), Pio e Ame­deo si cimentano con una sceneggiatura strutturata, plausibile. In uscita il 27 no­vembre, distribuito da Piper- Film e prodotto da OurFilms, il film girato a Vieste e sul gargano, sembra evocare una svolta nella carriera del duo, che soprattutto in questa prova pare lontanissimo dai cliché caricaturali che ne hanno messo in discussione il talento.Eppure, per riconsiderare le potenzialità di questi atto­ri, basterebbe andarsi a ri­guardare le interviste sotto forma di agguato ideate per TeleNorba e poi traslocate a Mediaset (Le Iene): lì ci sono tutto l’amaro sarcasmo e la satira anarchica di cui sono dotati quando non si lascia­no andare in scelte discutibi­li.Una capacità di radicalizzare l’ironia che in Oi vita mia emerge evidente: «Ueee mongoloide», Amedeo ap­pella Pio in presenza di un ragazzo Down, mentre un ospite della comunità fa no­tare «si dice diversamente abile». E no, «perché i ragaz­zi Down sono diversamente abili, mentre lui – sempre ri­volto a Pio – è proprio mon­goloide».Una battaglia anti­conformista condotta so­prattutto da Amedeo Grieco, contro luoghi comuni e ipocrisie politically correct che hanno privato la lingua cor­rente della spontaneità che rendeva la vita meno aggres­siva: altra analogia con Amici miei, quando la ricerca delle parole più adatte (non cor­rette) produce la scena cult in cui Gastone Moschin, nel sottopasso della stazione di Firenze, s’interroga «come stiamo bene insieme, perché non siamo nati finocchi?»È paradossale come a Pio e Amedeo servisse uscire dal cono d’ombra di registi pluripremiati dal botteghino e da copioni basati sulla conflit­tualità chiaro-scuro (Nord senz’anima, Sud cuore d’oro). L’incontro tra la con­dizione angelica di un grup­po di anziani senza memoria e un gruppo di giovani appa­rentemente senza futuro, ge­nera un terremoto che ri­sponde prioritariamente alla bellezza della vita, all’uso po­sitivo che potremmo farne ogni giorno. Forse per que­sto la fotografia di Emanuele Pasquet insiste molto su Vie­ste (set prevalente) e sulla sua irriconoscibile armonia, giacché le riprese sono state effettuate a maggio, lontani dall’ossessiva calca turistica. Andate a vederlo, ridere ri­flettendo vale più che ridere e basta.

 

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