In 200mila «pizzicati» nella Notte della Taranta

Toronto, Parigi, Budapest, Atene, Berlino, Londra. Sono alcune - tutte tracciate e dunque verificabili - delle città di provenienza dei 200mila e pa

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Toronto, Parigi, Budapest, Atene, Berlino, Londra. Sono alcune – tutte tracciate e dunque verificabili – delle città di provenienza dei 200mila e passa che tra ieri e l’altro ieri hanno voluto assistere alle prove (venerdì) e al vero e proprio (ieri) concertone della Notte della Taranta.

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Un rito iniziatico per chi è a digiuno della storia e della tradizione legate alla puntura del ragno; un rito, invece, catartico per chi vuole cantare e ballare per emanciparsi dalle costrizioni fisiche e mentali sopravvissute alle tarantole che mordevano le donne e gli uomini che fino a 50 anni fa le incontravano nelle campagne salentine, mentre raccoglievano il tabacco o l’uva. Un ballo sfrenato, al quale venivano chiamati a partecipare i vicini di casa o chi nel paese era più bravo a farlo, per liberare il corpo della pizzicata o del pizzicato, accompagnati da uno o più tamburelli. Una emancipazione di piazza o di gruppo ancora in grado di resistere alla secolarizzazione che non risparmia nemmeno il mondo della musica.

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La tradizione continua e la storia non si ferma dal 1998, da quando cioè il suono della pizzica è stato messo a sistema con la Notte della Taranta, divenuto oggi un festival di respiro internazionale, un luogo di ricerca come pochi in campo musicale ed etnografico, uno strumento di contaminazione tra i cantanti più moderni e in voga anche nelle giovani generazioni, e brani vecchi di decenni, tanto semplici nella loro struttura testuale quanto potenti rispetto a ritmo e capacità di coinvolgimento: rimanere fermi e impassibili di fronte al palco di Melpignano è impresa praticamente impossibile.

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Ad aver accettato il ruolo di maestro concertatore – anzi di maestra concertatrice – è stata quest’anno Fiorella Mannoia, che con l’aiuto e la complicità del marito percussionista Carlo Di Francesco e del direttore d’orchestra Clemente Ferrari, si è cimentata nella rilettura dei brani del repertorio popolare, adattandoli alla sua impronta musicale e a quella degli ospiti: Arisa, Brunori Sas e Tananai. La virata verso una chiave di lettura più tradizionale è stata evidente rispetto all’edizione 2022 targata Dardust, con esiti ancora tutti da somatizzare, perché ogni rilettura ritmica di pezzi della tradizione noti da decenni, richiede sicuramente un riascolto e una meditazione per un giudizio compiuto.

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Sono stati 26 i brani che hanno riempito la scaletta del concertone di ieri sera, aperto da «Un giorno di venerdì», omaggio a Luigi Chiriatti, lo storico direttore artistico del festival (e presidente dell’associazione culturale “Ernesto De Martino-Salento”) scomparso tre mesi fa. Poi spazio alla Pizzica di San Vito, all’arbereshe «Ec Ec» (ben cantata da Salvatore Galeanda ma sciaguratamente contaminata durante le prove con il ritornello di menamenamò), a Tananai con il suo «Tango» e la grika «Ri lo la la», vocalmente affine alle sue corde; la bellissima «L’acqua de la funtana», metafora della vita che anche se amara può essere allegra (affidata a Consuelo Alfieri), alla forte Taranta di Lizzano. Quindi scena e microfono a Fiorella Mannoia prima con «T’aggiu amatu» e una convincente versione di «Bocca di Rosa», a Brunosi Sas con il ritmo crescente balcanico dell’arbereshe «Lule Lule», a Stefania Morciano con la «Pizzica di San Marzano», brano nel quale c’è il senso vero delle tarantate: non è il ragno che ti ha morso ma il malessere sociale che stai vivendo. Altra pizzica, «La pizzica Aradeo» con Tananai e di nuovo Fiorella Mannoia nella struggente «Madonna de lu mare».

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Poi «Santu Paulu» nell’interpretazione di Giancarlo Paglialunga (la storica invocazione a San Paolo di Salvatora Marzo in una versione molto intima ed introspettiva), l’emozionante «Beddhra ci dromi» di Alessandra Caiulo e le «Fimmine fimmine» di Fiorella Mannoia, occasione di riflessione sulla violenza sulle donne. Dunque, la grika «Aremu» di Brunori Sas, gli immancabili «Stornelli», «Ferma Zitella» con la potente (forse sin troppo) Arisa, il simpatico «Lu Zinzale», la «Pizzica di Stifani», «La Cardilleddha» della sempre brava Enza Pagliara, «Lu ruciu de lu mare» versione Arisa, la scatenata «Pizzica di Ostuni», l’esplosiva «Aria Caddhipulina» del mitico Antonio Amato (forse un po’ troppo in secondo piano quest’anno), e il rito collettivo finale di «Calinitta» con tutti – maestra concertatrice, ospiti e orchestra popolare – protagonisti come da tradizione.

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Tananai sul palco con il messaggio: «Adesso basta, nessun’altra». Mannoia: «L’amore è consenziente, è condivisione»

Un segno rosso sotto l’occhio destro e una camicia azzurro cielo con una scritta sulla schiena di colore rosso che diventa appello. «Adesso basta, nessun’altra”: è il messaggio contro la violenza di genere che ieri sera, nel corso della 26esima edizione della Notte della Taranta, a Melpignano, Tananai – tra gli ospiti del concertone – ha voluto lanciare dopo i recenti delitti che hanno avuto come vittime le donne, anche giovanissime. Era stata la maestra concertatrice, Fiorella Mannoia alla vigilia del festival popolare salentino ad anticipare che avrebbe usato il palco tarantolato per chiedere di fermare la violenza di genere. «L’amore deve essere condiviso, consenziente. L’amore è stare bene, è avere il piacere di stare insieme, desiderarsi l’un l’altro. Niente di più», ha detto Mannoia prima di interpretare ‘Bocca di rosa’, omaggiando Fabrizio De Andrè.

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La condizione femminile è tornata al centro della serata con ‘Fimmine fimminè, brano che narra delle «tabacchine, così chiamavano le donne che lavoravano il tabacco», ha spiegato Mannoia. «Erano brave, erano veloci ed erano donne quindi potevano essere pagate meno anche lavorando di più. Potevano essere sfruttate, sfruttate dagli uomini ed erano alla mercé dei padroni che le usavano per i propri piaceri». «Oddio – ha continuato la maestra concertatrice – tante cose non sono cambiate, anche oggi molte storie sono simili e questa canzone è un inno, un grido. È il nostro grido, la nostra canzone: fimmine cantatela con noi».

Un inno che è stato condiviso da un altro degli ospiti, Brunori Sas. «Sono ‘masculò ma non posso che unirmi al vostro grido che è anche il mio», ha chiarito mano nella mano con Mannoia. «Bisogna cambiare, dobbiamo farlo insieme uomini e donne così, mano nella mano», ha concluso la maestra concertatrice.

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