C’è una terra straordinaria in Italia dove il mare sembra Caraibi, dove gli ulivi raccontano millenni, dove il vento porta l’odore della montagna

C’è una terra straordinaria in Italia dove il mare sembra Caraibi, dove gli ulivi raccontano millenni, dove il vento porta l’odore della montagna e del sale insieme. Una terra che potrebbe vivere di turismo, agricoltura, cultura, bellezza.
Eppure il Gargano e l’Alto Tavoliere continuano troppo spesso a comparire nelle cronache per sangue, intimidazioni, bombe, traffici, omertà.
E il dramma più grande è che molti si sono abituati.
Giovanni Falcone aveva capito una cosa fondamentale: la mafia prospera dove riesce a diventare “normalità”.
Paolo Borsellino lo gridava con disperazione: la lotta alla mafia non deve essere soltanto repressione, ma movimento culturale e morale.
Ed è proprio qui il punto.
Perché nel Gargano, nell’Alto Tavoliere, tra San Severo, Apricena, Vieste, Monte Sant’Angelo, Cerignola, Manfredonia e tanti altri centri, il problema non è soltanto la presenza delle mafie. Il problema è quando la popolazione smette di stupirsi.
Quando una bomba davanti a un negozio diventa “una notizia come un’altra”, allora il veleno è già entrato nel sangue del territorio.
La mafia foggiana — feroce, moderna, spietata — non è più soltanto quella dei pascoli o dei sequestri. Oggi entra negli appalti, nella politica locale, nell’economia turistica, nella gestione della terra, nel controllo del consenso. Non sempre spara. A volte compra. A volte favorisce. A volte protegge. E spesso si presenta con il volto rispettabile di chi “conosce tutti”.
Per capire se un comune rischia infiltrazioni mafiose non serve essere magistrati. Basta osservare il clima.
Se tutti sanno chi comanda davvero ma nessuno parla, c’è un problema.
Se gli imprenditori hanno paura perfino di lamentarsi, c’è un problema.
Se chi denuncia viene isolato, deriso o lasciato solo, c’è un problema.
Se gli appalti girano sempre negli stessi ambienti, c’è un problema.
Se certe famiglie sembrano intoccabili da decenni, c’è un problema.
Se in campagna, nei cantieri o nei locali commerciali regna la paura silenziosa, c’è un problema.
E nel Gargano questa paura spesso non ha bisogno di parole. Si percepisce negli sguardi bassi, nei discorsi interrotti, nelle frasi dette a metà: “Lascia perdere…”, “Qua è meglio non parlare…”, “Quelli sono persone potenti…”.
La mafia vive esattamente lì.
Non nelle fiction televisive.
Non nei film.
Ma nell’abitudine al silenzio.
Falcone spiegava che la mafia è un fenomeno umano e quindi destinato a finire. Ma perché finisca serve una comunità che smetta di convivere con essa. E qui arriva la responsabilità della politica locale.
Perché un comune infiltrato non è soltanto quello sciolto per mafia. Magari fosse così semplice. Ci sono comuni dove formalmente è tutto regolare ma dove il potere reale gira attorno a clientele, favori, intimidazioni ambientali, rapporti opachi tra imprenditoria e politica.
È lì che il cittadino deve accendere il cervello.
Quando improvvisamente spuntano ricchezze inspiegabili.
Quando attività economicamente illogiche prosperano senza problemi.
Quando le campagne elettorali sembrano basarsi più sulle famiglie influenti che sulle idee.
Quando il controllo del territorio è evidente ma invisibile.
Quando nessuno osa criticare certi nomi.
E attenzione: la mafia non cresce soltanto grazie ai mafiosi. Cresce grazie alla convenienza degli altri. Professionisti che voltano la faccia. Politici che cercano voti. Imprenditori che accettano compromessi. Cittadini che preferiscono tacere pur di non avere problemi.
Borsellino lo aveva capito fino in fondo: la vera rivoluzione è culturale.
Perché senza coscienza civile, senza partecipazione, senza cittadini attenti, nessuna retata basterà mai.
E il Gargano meriterebbe molto di più.
Meriterebbe di essere conosciuto per la sua bellezza e non per le faide. Per il turismo e non per gli agguati. Per il lavoro pulito e non per l’economia della paura.
Ma questo può accadere soltanto quando gli onesti smetteranno di sentirsi soli.
Perché il primo segnale di un territorio infiltrato non è il rumore delle bombe.
È il silenzio delle persone perbene.
Ivan Matera


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