DEMOLITI I GRANDI SERBATOI DELL’EX ENICHEM

Anche i tre grandi serbatori destinati allo stoccaggio di sostanze liquide funzionali al funzionamento degli impianti dello stabilimento Anic-Enic

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Anche i tre grandi serbatori destinati allo stoccaggio di sostanze liquide funzionali al funzionamento degli impianti dello stabilimento Anic-Enichem chiuso alla fine degli Anni 90, sono stati demoliti. Gli impianti che avevano dato vita, agli inizi degli Anni 70, al Quarto centro Petrolchimico d’Italia, erano già stati abbattuti dopo che lo stabilimento aveva cessato le sue attività alla fine degli Anni 90. Tre grandi serbatori rispettivamente di 15mila, 10mila e 5mila metri cubi (foto Bruno Mondelli) collegati con apposita tubazione con il bacino altri fondali. Gli ultimi simboli di una stagione storica che ha segnato profondamente la città e il suo territorio.
Insediata sulle sponde del golfo adriatico, quella iniziativa industriale promossa dall’ENI su input del governo italiano e l’auspicio dalle amministrazioni locali, aveva l’espresso intento di imprimere una svolta ad una città che viveva soprattutto di pesca, agricoltura e di piccola economia locale, afflitta da una perniciosa emigrazione. Quella fabbrica rappresentava l’avvenire del territorio, lavoro stabile, modernità, prospettive per i giovani. E così avvenne. Centinaia di lavoratori trovarono occupazione diretta o nell’indotto. Un insediamento industriale destinato a diventare uno dei poli industriali più importanti quanto meno della Capitanata, specializzato nella produzione di fertilizzanti per l’agricoltura e di caprolattame materia prima per le fibre di nylon.
Una presenza importante che incise profondamente sul sistema socio-economico del territorio che includeva Monte Sant’Angelo e Mattinata. Numerose altresì la realizzazione di opere ausiliarie come il porto altri fondali, la superstrada extramurale, la conduttura dell’acqua. Tutto pareva procedere per il meglio fino a quel fatidico e nefasto 26 settembre 1976, una domenica, quando un imprevedibile rottura della torre di raffreddamento dell’impianto di produzione del fertilizzante urea, provocò la fuoriuscita di una nube di anidride arseniosa.
Fu l’inizio della fine. La popolazione presa dalla paura si rivoltò contro. Almeno per una metà, quella rimasta “fuori” dal benessere dell’industria. Si innescò una forsennata guerra a quello stabilimento, capitanata da un movimento donne che pervicacemente, a testa bassa, ha combattuto l’Enichem e quel che rappresentava. La parola d’ordine era “se ne deve andare”. E se ne andò.
Una uscita di scena obbligata, un abbandono del territorio della maggiore multinazionale italiana che ha compromesso qualsiasi altro suo intervento, a parte quello relativo alla bonifica dell’area, così come era pur possibile e come avvenuto in altre realtà similari in cui l’ENI è protagonista nei processi di crescita e sviluppo. Quella ostinata, chiusa intimazione di cacciata è stata come una maledizione per Manfredonia che non è più riuscita, nonostante le laute occasioni arrivate (una per tutte il Contratto d’area), a riprendere il controllo della propria economia con tutto quel che segue. Alla base vi è la perdita di credibilità.
A mezzo secolo da quell’incidente e di tutto quanto è conseguito, l’abbattimento di quei tre serbatoi superstiti assume un valore che va oltre l’operazione tecnica. È la conclusione simbolica di un capitolo della storia di Manfredonia, ma anche e soprattutto l’occasione per riflettere su ciò che quella vicenda ha rappresentato e insegnato: che lo sviluppo economico non può prescindere dalla tutela della salute, dell’ambiente e della qualità della vita, ma anche che la memoria di quella stagione per tanti versi esaltante e promettente, non deve essere cancellata insieme alle strutture che la rappresentano. Al contrario, dovrebbe diventare patrimonio civile della città, perché dalle esperienze del passato possano nascere le scelte consapevoli per il futuro.
La demolizione dei serbatoi chiude dunque un’epoca, ma lascia aperta una domanda che riguarda ancora oggi Manfredonia: quale modello di sviluppo costruire, capace di coniugare lavoro, sicurezza e rispetto dell’ambiente?
Michele Apollonio

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