RE MANFREDI DÌ SVEVIA TRA STORIA E LEGGENDA

̀ Il 26 febbraio 1266, nella piana di Benevento, cadeva in battaglia Manfredi di Svevia, figlio di Federico II di Svevia. Aveva appena trentatré

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Il 26 febbraio 1266, nella piana di Benevento, cadeva in battaglia Manfredi di Svevia, figlio di Federico II di Svevia. Aveva appena trentatré anni. Con lui tramontava la stagione sveva nel Mezzogiorno d’Italia e si apriva l’epoca angioina sotto Carlo I d’Angiò. Per Manfredonia quella data non è soltanto un capitolo di storia medievale: è una ferita e insieme una radice.
Dieci anni prima, il 23 aprile 1256, re Manfredi di Svevia aveva dato vita alla nuova città che ha preso il suo nome, Manfredonia appunto. Due date fondamentali per i manfredoniani alle quali in questi trascorsi 760 anni, non è stata data quella rilevanza che ben meritano. Ad invertire una rotta poco gratificante, ci ha pensato quest’anno l’assessora alla cultura Maria Teresa Valente che ha realizzato un manifesto col quale ricorda “Manfredi si Svevia, Re di Sicilia, uomo di cultura e di alta visione politica, morto a Benevento il 26 febbraio 1266. Ricordato nei libri di storia, sulle rive di questo golfo Manfredi sognò una grande città. E chi vive qui porta ancora con sé il sogno di un re”.
Una opportuna e mirata iniziativa che si inserisce in quell’avviato filone di risveglio culturale che tanti consensi va riscuotendo. Un fervido memorial di chi ha principiato tutto quello che è in riva al golfo adriatico che porta il suo nome. «Credo – chiosa Valente nel richiamare l’attenzione sulle radici della identità manfredoniana – che una comunità cresca in modo più consapevole quando conosce la propria storia e la riconosce come parte viva del presente. Per questo ho ritenuto importante che, in un giorno così significativo, Manfredonia si fermasse a ricordare il sogno di un re da cui tutto ebbe inizio».
A ricordare il suo mentore, a Manfredonia c’è il corso principale, un murales sulla piazzetta che guarda il porto tanto preconizzato, un busto in Municipio, un monumento equestre davanti al castello che iniziò a costruire, e tante intitolazioni di attività varie. Un ricordo tutto sommato vivo, anche se poco celebrato. La scomparsa prematura del re di Sicilia, ha lasciato incompiuto il progetto che aveva concepito per la nuova città. Doveva essere Manfredonia il terzo vertice del triangolo con Napoli e Palermo e con quelle avrebbe dovuto gareggiare per importanza. Il fato ha disposto diversamente.
Non un semplice trasferimento urbano si sarebbe trattato, ma un progetto strategico: una città nuova, fortificata, proiettata sul mare, pensata come snodo commerciale e militare dell’Adriatico meridionale. Un concetto di città portuale validissimo arrivato fino ai giorni nostri. In quella scelta c’è ancora oggi, l’origine dell’identità di Manfredonia.
Le cronache raccontano che Manfredi combatté con coraggio fino alla fine. Scomunicato, dipinto dai suoi nemici come sovrano empio e ribelle, fu in realtà uomo colto, cresciuto nella corte raffinata di Palermo, figlio dell’imperatore che aveva fatto del Sud un centro culturale d’Europa. La sua memoria fu riscattata dalla poesia. Dante Alighieri. Nel Canto III del Purgatorio della Divina Commedia, gli restituisce voce e dignità: un re che, pentito in punto di morte, affida alla misericordia divina la propria sorte. Famosa e toccante è la descrizione che Dante tratteggia: “Biondo era e bello e di gentile aspetto / ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso”. A sconfiggere il ghibellino ribelle fu Carlo I d’Angiò, mano militare di papa Innocenzo IV che ordinò di disperdere le spoglie di Manfredi fuori dai confini del regno.
In questo lungo tempo di incertezze, tornare a riflettere su quella radice, può aiutare Manfredonia a ritrovare senso, orgoglio e direzione.
Michele Apollonio

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