Dalla pastissada veronese alla pìcula piacentina, dalla faldìa emiliana agli sfilacci veneti, passando per il cavàl pisst di Parma, i pezzetti di

Dalla pastissada veronese alla pìcula piacentina, dalla faldìa emiliana agli sfilacci veneti, passando per il cavàl pisst di Parma, i pezzetti di cavallo alla pignata del Salento e le polpette catanesi. Senza contare salami, soppressate e altri stagionati equini che, in diverse aree del Nord, rientrano nella tradizione norcina.“Un eventuale divieto di macellazione, vendita e consumo di carni equine avrebbe un impatto diretto su decine di specialità locali e su un’intera filiera economica che parte dagli allevatori e arriva a macellerie specializzate, distribuzione alimentare e ristorazione”, sottolinea Fiesa-Confersercenti in una nota.“Una scelta di questo tipo, di chiara matrice ideologica, inciderebbe concretamente su tradizioni radicate e su un pezzo di economia diffusa nei territori – evidenzia Fiesa-Confersercenti -. I consumi di carne equina si sono ridotti nel tempo, ma restano alla base di un patrimonio gastronomico che attraversa l’Italia da Nord a Sud e che oggi rischia di essere cancellato. Parliamo di preparazioni e saperi che rientrano a pieno titolo nel patrimonio culturale alimentare della cucina italiana che l’Unesco ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”.“Le conseguenze sarebbero anche economiche – avverte Fiesa-Confesercenti -: la carne equina rappresenta, in diverse aree del Paese, una produzione storica e regolamentata, inserita in un sistema di controlli stringenti. Un divieto generalizzato interromperebbe un equilibrio produttivo e commerciale consolidato, con effetti immediati sulle imprese della distribuzione alimentare e della ristorazione e sulla continuità di tradizioni locali. Per questo, ci aspettiamo che il Parlamento valuti con attenzione le conseguenze di un eventuale intervento normativo su un comparto che fa parte, a pieno titolo, della nostra identità gastronomica”.


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