Sembrano palle di Natale, ma il profumo delle arance ci inonda: è un giardino d’amore la festa di San Valentino a Vico del Gargano, il gioiello di

Sembrano palle di Natale, ma il profumo delle arance ci inonda: è un giardino d’amore la festa di San Valentino a Vico del Gargano, il gioiello di pietra del Gargano, giustamente classificato tra i Borghi più belli d’Italia. Tralci di agrumi, foglie e centinaia di arance accompagnano la statua del santo, in una festa degli innamorati che in tutto il mondo è commerciale e che qui deve assolutamente mantenere il suo rigore tradizionale. Le campane, le scalinate scavate nella roccia, i trappeti ipogei e gli archi sono lo scenario di ima festa patronale da gustarsi ogni anno, tra il 14 e il 16 febbraio.Lui, Valentino, patrono dell’amore, è anche il protettore delle arance e dei limoni che vediamo in ogni punto del paese: secondo le narrazioni tramandate, il santo avrebbe benedetto queste terre, rendendo i frutti più succosi. La festa agricola nel tempo si è radicata profondamente, tanto che merita una gita, ascoltando i rumori, i canti, osservando le foglie di alloro intrecciate alle arance.Per i romantici, c’è il vicolo del Bacio, stretto, strettissimo, appena una cinquantina di centimetri e capace – secondo la leggenda – di farsi attraversare da innamorati che non si lasceranno mai se potranno scambiarsi qui un bacio appassionato (mah, provare per credere!). Talvolta infestato dagli onnipresenti selfie, questo appuntamento è carico di suggestioni, anche perché tramanda una tradizione antichissima, un amore per quel mondo agricolo che è la vera sostanza del nostro Sud, altro che over- tourism.Ed è per questo che conoscere Vico, con o senza festa degli innamorati, è un piacere: siamo nel Parco del Gargano e la cittadina si snoda perfetta, tra il verde che è all’interno e l’azzurro del mare che è il nostro orizzonte. Nel rione Civita, tra il castello e la Collegiata dell’Assunta, si resta rapiti dai comignoli, da quel profumo di camini accesi che solo la Puglia invernale sa farci annusare. Ecco il monte Tabor, la necropoli, il passato antico di un borgo che proprio dalla necropoli dell’età del ferro prese le mosse: i primi abitanti si mescolarono agli slavi venuti dall’Adriatico e quel prezioso melting pop è proseguito per tutti i secoli successivi, toccando la storia federiciana, quella dei feudi, della famiglia Caracciolo e delle tante altre famiglie i cui palazzi sono testimonianza viva e partecipe.Ma non solo! Se arrivate in questo borgo incantato dovete per forza conoscere l’«Accademia degli Eccitati»: nulla a che fare con l’amore prosaico, ma con l’amore per la cultura. Questa accademia fu infatti un cenalo intellettuale settecentesco e tutta la storia vichese ha saputo conciliare lo sviluppo dei grandi intellettuali con gli studi applicati sulla coltivazione degli agrumi, che oggi sono davvero unici.Nel quartiere Terra, le chiese e i vicoli hanno una loro originalità intrinseca ed è proprio l’inconsueto a destare la sorpresa in chi cammini per Vico. Pensate che le processioni del Venerdì Santo (anche queste da non perdere!) hanno una loro identità: c’è la «messa pazza» con le sette confraternite e il «terremoto» simulato con le racanelle, c’è il nugolo di confratelli rigorosamente in bianco, c’è il Cristo che è sdraiato su un telo e viene portato in giro tra canti indimenticabili, come quel «Viva la Croce» gridato a gran voce, che ti penetra nelle orecchie e ti trascina in una Settimana Santa senza eguali.E Vico tiene alla sua originalità e mutevolezza: ti sposti di poco e ti trovi dal borgo della media collina al respiro potente della Foresta Umbra, tra abeti, querce e tassi. O in un bosco che esprime dolcezza e familiarità, o nella Pineta Marzini, tra pini d’aleppo pluricentenari.E qui, sei al mare: vento Adriatico e ti trovi nella meraviglia di San Menaio, dove la sabbia finissima della Spiaggia dei Cento Scalini è meta di una camminata adorabile, anche e proprio fuori stagione. Il grande fumettista e pittore Andrea Pazienza adorò questo luogo e, nel primo ‘900, lo scrittore di origini altamurane Nicola Serena di Lapigio (un suo libro ebbe la prefazione di Antonio Fogazzaro) esaltò questo paradiso, un piccolo mondo antico – se vogliamo omaggiare Fogazzaro! – che può resistere alla Puglia da cartolina.

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