Anticamente, l’essere umano aveva un rapporto molto stretto e intimo con la Natura e la fenomenologia a essa connessa. Tra gli elementi più forti


Anticamente, l’essere umano aveva un rapporto molto stretto e intimo con la Natura e la fenomenologia a essa connessa. Tra gli elementi più forti e significativi c’era il confronto con la morte.
Nel silenzio pietroso del Gargano e tra le ondulazioni argillose della Daunia, la morte non era ‘vissuta’ come una semplice assenza. Era, in realtà, una presenza quotidiana e concreta, ma non per mera superstizione.
Non un confine netto da isolare, ma una soglia che rimaneva aperta.
Durante l’Eneolitico, tra il IV e il III millennio a.C., le comunità della Puglia settentrionale non relegavano i morti lontano dai vivi: li custodivano, li frequentavano, li riorganizzavano nello spazio e nel tempo, come membri ancora attivi del gruppo. Le necropoli non erano semplici luoghi di sepoltura, ma territori rituali, memorie scavate nella terra, architetture della continuità.
Per lungo tempo questo modo di concepire la morte è rimasto quasi invisibile e poco decifrato, affidato a pochi vasi fuori contesto, a ceramiche isolate provenienti da Bovino, Trinitapoli, dal Gargano. Poi, lentamente, sono emerse le grotticelle, gli ipogei, le fosse, le miniere riutilizzate: luoghi chiusi, sotterranei, uterini.
La morte, qui, scendeva sotto terra per continuare a interagire con il mondo di sopra.
A Monte Pucci, sul Gargano, ipogei artificiali custodivano resti di più individui, deposti insieme, accompagnati da frecce, anelli, pendagli. Non tombe individuali, ma camere collettive. Piccole comunità sotterranee che replicavano quelle dei vivi. I corpi condividevano lo stesso spazio, come se il legame familiare non si spezzasse neppure dopo l’ultimo respiro.
A Casone, presso San Severo, una grotticella accoglieva un adulto con tre vasi di tipo Laterza. Il corredo non era ostentazione, ma vero linguaggio: contenitori, offerte, oggetti quotidiani trasformati in segni di passaggio. Il morto veniva accompagnato e non solo celebrato.
Ma è nella miniera di Valle Sbernia, a Peschici, che il rapporto tra vivi e morti si fa quasi vertiginoso. Una cava di selce, luogo di lavoro e fatica, una volta esaurita diventa sepolcro. La stessa cavità che aveva dato pietra e strumenti ora accoglie i corpi. Produzione e morte, vita e dissoluzione, nello stesso grembo di roccia. Almeno otto individui, adulti e bambini, vengono deposti insieme. Le ossa sono rimaneggiate, spostate, ricollocate. Non è un semplice abbandono, ma gesti rituali ripetuti nel tempo. I vasi sono frantumati intenzionalmente. Gli animali (scapole di maiale, ossa di cane, resti di bue) accompagnano i defunti come offerte o presenze simboliche. Forse cibo, forse guide, forse compagni per l’aldilà.
La morte qui non è statica. È un processo dinamico.
Si torna nella tomba. Si toccano le ossa. Si riscrivono le deposizioni.
A Vaccarella, presso Lucera, i morti trovano spazio dentro un antico fossato neolitico. Anche qui il passato viene riusato, riaperto, riabitato. Le sepolture sono rannicchiate, fetali. Posizioni che ricordano un ritorno al grembo, alla terra-madre. Le scodelle deposte accanto ai corpi vengono spezzate di proposito. Rompere l’oggetto significa sottrarlo al mondo dei vivi, consacrarlo al defunto.
Nulla passa integro oltre la soglia.
A Creta Bianca, le tombe mostrano individui deposti con cura: un guerriero con pugnale di rame e punte di freccia in selce garganica; una donna in posizione fetale con vasi ai piedi; altri corpi con strumenti litici e contenitori fragili. Il pugnale non è solo arma: è identità. Segno di ruolo, di prestigio, di memoria sociale. La morte conserva le differenze, ma non crea gerarchie eccessive. Uomini, donne, bambini ricevono attenzioni simili. La comunità resta compatta anche oltre la vita.
Poi, a Giardinetto di Orsara, compare un’altra scelta ancora: la cremazione. Il fuoco trasforma il corpo, lo riduce in ossa bianche, lo purifica. I resti vengono raccolti in olle cinerarie, deposti entro recinti di pietra. Ogni struttura è uno spazio rituale delimitato, quasi una piccola casa per i morti. Dentro si svolgono azioni, offerte, combustioni secondarie. Selci, frecce, vaghi di collana, oggetti in rame accompagnano le ceneri. Il rogo diventa spettacolo sacro, momento collettivo.
Terra o fuoco. Inumazione o combustione.
Due strade diverse per lo stesso bisogno: trasformare il corpo e renderlo accettabile per l’aldilà.
E sopra queste necropoli, nella Daunia, emergono le stele antropomorfe. Lastre di pietra incise con figure umane. Simboli femminili, pugnali per gli uomini. Non semplici segni funerari, ma immagini di antenati, eroi, forse capi. La pietra conserva ciò che la carne perde. Il defunto diventa simbolo, archetipo, memoria pubblica.
Il pugnale inciso sulle stele maschili riecheggia quello deposto nelle tombe. Vita e rappresentazione coincidono. Il guerriero continua a esserlo anche dopo la morte.
Così, nel Gargano e nella Daunia eneolitica, la morte non separa: integra. Non cancella: trasforma.
Le tombe sono luoghi abitati, frequentati, manipolati.
I morti restano membri della comunità. La terra non chiude, custodisce. E ogni grotticella, ogni fossa, ogni recinto di pietra racconta la stessa idea antica: che vivere e morire non sono due stati opposti, ma due stanze della stessa casa sotterranea.
Eppure, se oggi attraversi il Gargano o la Daunia, ti accorgi che quel dialogo con la morte non si è mai davvero spezzato.
Non ci sono più grotticelle scavate nella roccia né olle cinerarie nascoste sotto i ciottoli, ma resta una familiarità antica, quasi domestica. I cimiteri sorgono ancora ai margini dei paesi, addossati alle colline, rivolti verso il mare o verso i campi, come se i morti dovessero continuare a guardare le stesse terre coltivate dai vivi. Nelle case sopravvive l’abitudine di custodire fotografie, lumini, piccoli altari improvvisati: presenze silenziose, antenati che restano parte della famiglia.
Nel giorno dei defunti, i viali si riempiono di voci, di fiori freschi, di mani che puliscono le lapidi con la stessa cura con cui un tempo si sistemavano le ossa nelle tombe collettive. Non è solo memoria: è visita, relazione, continuità.
Come nell’Eneolitico, la morte non è espulsione ma ritorno alla comunità. Cambia il rito, resta il gesto.
Cambiano i simboli, resta il bisogno di parlare con chi è sceso sotto terra.
E tra le pietre arse del Gargano e l’argilla della Daunia, sembra ancora di percepire la stessa idea millenaria:
che i morti non se ne vadano davvero, ma abitino appena sotto i nostri passi, custodi discreti della storia di tutti.


Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonti: “La comunità dei vivi nel rapporto con la morte
nell’Eneolitico della Puglia settentrionale”, A. M. Tunzi, M. Lo Zupone, D. Bubba, N. Gasperi, da Studi di Preistoria e Protostoria – 4 – Preistoria e Protostoria della Puglia – 2017.

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