Un settore d’eccellenza dell’agricoltura regionale rischia di essere travolto da una crisi profonda. La filiera del carciofo pugliese, nonostante

Un settore d’eccellenza dell’agricoltura regionale rischia di essere travolto da una crisi profonda. La filiera del carciofo pugliese, nonostante una qualità riconosciuta dai consumatori, è messa a dura prova da una combinazione di importazioni estere e prezzi alla produzione sempre più bassi. A lanciare l’allarme è Confagricoltura Puglia, che interviene in difesa degli agricoltori denunciando un meccanismo giudicato insostenibile.Il paradosso evidenziato dall’organizzazione è netto: sugli scaffali dei supermercati il carciofo supera spesso un euro a capolino, mentre nei campi pugliesi il produttore incassa meno di 18 centesimi per il prodotto fresco e circa 6 centesimi per quello destinato all’industria. Una forbice che, secondo l’associazione, danneggia l’intera filiera.

Antonello Bruno
A sottolinearlo è il presidente Antonello Bruno: “Siamo di fronte a un cortocircuito che non danneggia solo i produttori, ma anche i consumatori”. “Questo sistema sta uccidendo la qualità”.La Puglia resta il primo produttore nazionale, con circa 1,3 milioni di quintali all’anno. Tuttavia, nelle aree del Foggiano e del Brindisino la situazione è sempre più critica. Gli imprenditori agricoli si trovano schiacciati tra l’aumento dei costi di produzione, gli effetti della siccità del 2025 che ha ridotto drasticamente le riserve idriche, e l’arrivo di prodotto estero coltivato secondo regole diverse.La concorrenza proveniente da Egitto e Tunisia viene definita durissima. I carciofi nordafricani raggiungono i mercati europei negli stessi periodi del prodotto italiano, ma con costi di manodopera molto più bassi e standard fitosanitari meno stringenti. In questo contesto, la grande distribuzione organizzata sfrutta l’eccesso di offerta per comprimere ulteriormente i prezzi riconosciuti ai produttori locali.Il timore, secondo Confagricoltura, è che molti agricoltori scelgano di abbandonare le coltivazioni, con ricadute pesanti sull’occupazione e sul tessuto produttivo delle aree rurali. Una dinamica che non riguarda soltanto il carciofo. L’organizzazione richiama anche il caso dell’olio d’oliva, ricordando come gli accordi tra Unione Europea e Tunisia consentano l’ingresso di grandi quantitativi a dazio zero, generando distorsioni di mercato considerate insostenibili.
Per l’associazione la strada d’uscita passa dalla valorizzazione della qualità certificata e da un rafforzamento dell’aggregazione tra produttori. Eccellenze riconosciute come il Carciofo di Brindisi IGP rappresentano uno strumento di tutela, ma non sufficiente se il singolo agricoltore resta isolato. Senza consorzi forti, capaci di programmare le produzioni e trattare con la grande distribuzione, il rischio è che un comparto strategico per l’agricoltura pugliese venga progressivamente marginalizzato.


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