Anci Puglia esprime forte preoccupazione per i criteri previsti dallo schema di decreto recante “Disposizioni per lo sviluppo e la valorizzazione

Anci Puglia esprime forte preoccupazione per i criteri previsti dallo schema di decreto recante “Disposizioni per lo sviluppo e la valorizzazione delle zone montane”, attualmente all’esame della Conferenza Unificata. In una nota inviata al Presidente di Anci Nazionale Gaetano Manfredi, la Presidente di Anci Puglia Fiorenza Pascazio chiede una revisione urgente delle modalità di classificazione dei Comuni montani.
12 comuni della provincia di Foggia esclusi
La nuova classificazione determinerebbe l’esclusione di 12 comuni pugliesi, tutti ricadenti nella provincia di Foggia: Cagnano Varano, Carlantino, Carpino, Casalnuovo Monterotaro, Celenza Valfortore, Ischitella, Mattinata, Peschici, Rocchetta Sant’Antonio, San Marco la Catola, San Nicandro Garganico e Vieste: “sono stati cancellati dalla mappa statale, nonostante condizioni territoriali, infrastrutturali, ambientali e socio-economiche che da decenni ne giustificano il riconoscimento e il sostegno pubblico”, osserva Raffaele Piemontese, vicepresidente della Regione Puglia.Criteri penalizzanti per i Monti Dauni
Per Anci Puglia, l’impostazione prevalentemente altimetrica dei nuovi criteri rischia di determinare una significativa riduzione dei territori beneficiari, con effetti particolarmente penalizzanti per la Puglia e per l’intero sistema appenninico. Un approccio che non coglie la reale complessità delle aree montane, caratterizzate non solo da elementi fisici, ma anche da fattori sociali, economici e demografici.Anci Puglia richiama il principio, già affermato dalla Legge n. 991 del 1952, secondo cui la montagna va intesa non solo come dato geografico (montuosità), ma come realtà antropologica (montanità), segnata da fragilità strutturali e criticità socio-economiche. Se l’obiettivo del decreto è contrastare lo spopolamento e sostenere le comunità montane, il solo parametro altimetrico non può essere sufficiente.Da qui la richiesta di integrare i criteri con indicatori quali dinamiche demografiche, tasso di spopolamento, accessibilità ai servizi, densità abitativa, fragilità ambientale e livello di integrazione territoriale.Dello stesso parere, Piemontese: “Il Governo rivendica una classificazione ‘oggettiva’, fondata su parametri geomorfologici di altimetria e pendenza elaborati su base Istat, ma è proprio qui che si annida l’errore politico di fondo: ridurre la montagna a una formula matematica, ignorando isolamento, fragilità demografica, carenza di servizi essenziali, rischio idrogeologico, distanza dai presidi sanitari e scolastici, stagionalità dei collegamenti, significa tradire lo spirito stesso dell’articolo 44 della Costituzione e della legge 131/2025”.“Nel Gargano e nei Monti Dauni – aggiunge Piemontese – la montagna non è solo una quota altimetrica: è un sistema territoriale fragile, complesso, spesso periferico, che vive gli stessi svantaggi strutturali delle aree appenniniche più alte, pur senza raggiungere soglie arbitrarie fissate da Roma. Escludere questi Comuni significa escluderli anche dal perimetro delle future misure su sanità, istruzione, incentivi alle imprese, lavoro agile, casa e servizi, perché la nuova classificazione diventa la base vincolante per l’accesso ai fondi e alle politiche nazionali, a partire dal Fosmit, il Fondo per lo Sviluppo delle Montagne Italiane”.Obiettivi e “contraddizioni” della riforma
Piemontese evidenzia come la relazione illustrativa ammetta apertamente che l’obiettivo della riforma è restringere la platea dei Comuni montani, superando l’elenco storico di oltre 4.000 enti: “Una scelta che assomiglia sempre più a un taglio di risorse mascherato, in cui il riequilibrio dei conti pubblici viene scaricato sulle aree interne, sulle comunità più esposte allo spopolamento e alla desertificazione sociale”.Secondo Piemontese “è una contraddizione evidente: mentre la legge 131/2025 proclama la montagna come «obiettivo di interesse nazionale», il Dpcm applicativo nega questo principio a territori che svolgono una funzione essenziale di presidio ambientale, paesaggistico e umano, soprattutto nel Mezzogiorno”.“Per la Capitanata – dice il vicepresidente della Regione Puglia – le conseguenze sono meno risorse, meno strumenti, più solitudine istituzionale per Comuni che già affrontano difficoltà sul piano demografico, economico e dei servizi. Cambiare per decreto i confini della montanità significa anche mettere in crisi programmazione e progettualità, generando incertezza amministrativa e blocco degli investimenti”.“Serve riaprire il confronto con le Regioni e gli enti locali – conclude Piemontese – per una correzione immediata, integrando i criteri geomorfologici con indicatori socio-economici e di accessibilità ai servizi, come del resto avviene in molte esperienze europee”.Due ipotesi di intervento
Nel documento dell’Anci vengono avanzate due ipotesi di intervento: una riforma strutturale che porti alla definizione di zone montane omogenee e integrate, superando la classificazione del singolo Comune; e una soluzione immediata che renda i criteri più inclusivi, rivedendo le soglie numeriche e salvaguardando i Comuni già riconosciuti come montani o parzialmente montani, caratterizzati da analoghi indicatori di criticità socio-economica. Caso emblematico quello di Biccari, che, pur ospitando la cima più alta della Puglia (1.151 metri), rischierebbe l’esclusione dalla nuova classificazione.Un contributo rilevante alla definizione della posizione di Anci Puglia è arrivato dal lavoro del Vicepresidente Noè Andreano, portavoce delle istanze dei Monti Dauni, e dall’attività della Consulta dei Piccoli Comuni Anci Puglia, impegnata nel rappresentare le criticità delle aree interne.Anci Puglia chiede ad Anci Nazionale di farsi interprete di queste istanze presso il Governo, proponendo le opportune modifiche al decreto.Lo spopolamento sui Monti Dauni
Modifiche opportune per un territorio come quello dei Monti Dauni, profondamente a rischio per l’ormai cronicizzata piaga dello spopolamento. Un problema definito “irreversibile” nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (Psnai), all’interno del quale, a proposito dei comuni più in difficoltà sul piano demografico, si prevede “un accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. Un passaggio del documento che ha acceso la preoccupazione tra gli amministratori dei comuni delle aree interne.
Il futuro dei piccoli comuni è stato affrontato anche in Senato, durante una conferenza stampa – tenutasi lo scorso 5 dicembre – nata dalla mobilitazione delle comunità locali e dalle denunce raccolte da ‘Prova d’Inchiesta’, trasmissione condotta da Pinuccio e curata dal giornalista Andrea Gisoldi. Come annunciato dal senatore di Fratelli d’Italia, Filippo Melchiorre, sarà presto attivato un tavolo tecnico permanente dedicato all’emergenza spopolamento e dei servizi nei piccoli comuni.


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