IL RUOLO SIMBOLICO DEGLI ANIMALI NELLE LEGGENDE DI FONDAZIONE DEI SANTUARI DI CAPITANATA.

La storia dei santuari della Capitanata si intreccia da sempre con le leggende, e in queste narrazioni gli animali hanno un ruolo ricorrente, quas

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La storia dei santuari della Capitanata si intreccia da sempre con le leggende, e in queste narrazioni gli animali hanno un ruolo ricorrente, quasi imprescindibile.Non si tratta soltanto di presenze scenografiche: sono guide, rivelatori del sacro, strumenti scelti per condurre l’uomo verso ciò che da solo non saprebbe trovare. Buoi, tori, cavalli, cervi, daini e caprioli emergono come protagonisti in racconti che mescolano memoria popolare, tradizione biblico-patristica e suggestioni classiche.Il punto di partenza è il Gargano, con il santuario micaelico, legato all’episodio del toro fuggito nella grotta. Ma, dall’XI secolo in avanti, soprattutto dal Seicento, la Capitanata si arricchisce di leggende di fondazione che mettono in scena animali capaci di scorgere dove l’uomo è cieco.Sono storie che spesso spiegano il ritrovamento miracoloso di icone o statue, occultate nei secoli bui dell’iconoclastia o persino durante la Rivoluzione francese, e poi riaffiorate per volere divino.Nelle versioni più comuni, il comportamento anomalo degli animali segna il confine tra il mondo quotidiano e l’irruzione del sacro: un bue che si inginocchia, un cavallo che rifiuta di avanzare, una cerva che guida il cacciatore. Lì, nel punto esatto in cui l’animale si arresta, si decide di edificare il nuovo luogo di culto. È la dinamica della “orientatio”, cara a Mircea Eliade: un processo simbolico che ricalca ‘topoi’ antichi e universali (tòpos, luogo o elemento ricorrente).Il toro e i buoi, in particolare, ritornano in molte leggende. Sono loro a indicare il luogo dell’Iconavetere di Foggia, sono loro a dirimere contese tra comunità sul possesso di un’immagine sacra, trascinando il carro con le reliquie fino al punto stabilito dal cielo. Storie analoghe si ritrovano alla Madonna di Ripalta sull’Ofanto, a Santa Maria di Anzano, alla Madonna di Merino di Vieste. Sempre con lo stesso schema: gli uomini litigano, ma la decisione è lasciata agli animali, che diventano arbitri e testimoni di un ordine superiore.Non mancano varianti. I cavalli si inginocchiano a Torremaggiore o a San Paolo di Civitate, un capriolo guida il conte a Serracapriola, un daino o una cerva compaiono nella leggenda dell’Incoronata di Foggia. L’iconografia più diffusa rimane quella dei buoi inginocchiati, ma la fortuna del tema ha generato innumerevoli declinazioni, tanto da influenzare anche altre regioni del Regno di Napoli.La matrice, però, non è solo agiografica. La figura dell’animale guida affonda in un patrimonio antico, che va dai miti greci ai racconti biblici. Cadmo fonda Tebe seguendo una vacca che si accascia al momento giusto; i Sanniti e gli Irpini si affidano a lupi e picchi per stabilire la loro terra; gli Unni avanzano guidati da una cerva. È un tema universale: il movimento di un popolo, la nascita di una città, la fondazione di un santuario trovano legittimazione in un segnale animale, percepito come rivelazione.

Il cristianesimo ha accolto e reinterpretato questo immaginario. Girolamo racconta che una lupa condusse Antonio alla grotta di Paolo l’eremita; altri testi narrano di corvi che guidano Alessandro Magno, o di un orso che apre il cammino ai pellegrini bloccati dalla neve. Nella tradizione patristica, l’animale diventa allegoria: il bue come simbolo degli apostoli che arano i cuori, il cervo come immagine di Cristo che calpesta il serpente. Eppure, nelle leggende popolari della Daunia, di tutto questo resta soprattutto la funzione pratica: l’animale vede, l’uomo segue.

Il toro e il bue, con la loro forza e fecondità, sono carichi di valenze antichissime. Nell’Oriente antico erano sacri alle divinità della tempesta e della fertilità; in Israele divennero immagine del Dio liberatore nell’episodio del vitello d’oro. Nei miti classici, spesso guidavano le migrazioni rituali. Non a caso, nell’iconografia cristiana, il bue si trova accanto alla mangiatoia di Betlemme: non per testimonianza evangelica, ma per un’esegesi che collegava Isaia e Luca. Così, un animale agricolo diventa annunciatore del mistero.

Il cervo e i suoi simili godono anch’essi di un ricco repertorio simbolico. Nelle culture antiche sono associati al sole, alla longevità, alla fertilità. Nella lettura cristiana diventano immagine di Cristo che sconfigge il serpente, o del fedele assetato dell’acqua viva del Salmo 42. Ma nelle leggende pugliesi rimane soprattutto il ruolo di guida: la cerva che appare al cacciatore, il daino che ricompare più volte, il capriolo che indica il santuario. Figure eleganti, rapide, ma ridotte alla funzione narrativa di “segno”.

Il cavallo, invece, porta con sé un’ambiguità. Animale nobile e divino nel mondo greco, ma diffidato nella Bibbia perché strumento di potere e guerra, si riscatta soltanto nei libri profetici e nell’Apocalisse, dove diventa messaggero di Dio o cavalcatura del Verbo. Nelle leggende di Capitanata, è proprio questo volto positivo ad emergere: cavalli che si inginocchiano, rivelando la presenza di Maria.

Ciò che colpisce è che, salvo rare eccezioni, le narrazioni popolari non si soffermano più sul ricco simbolismo. L’animale è solo il tramite, un “angelo ferino” che percepisce il sacro prima dell’uomo e ne diventa interprete. La riflessione allegorica dei Padri resta lontana; ciò che rimane è la dinamica narrativa, funzionale e immediata.

Eppure, dietro queste storie, si intravede una continuità profonda: il rispetto biblico per le creature, chiamate anch’esse a godere del riposo sabbatico e della salvezza, e la tensione escatologica verso un mondo pacificato, in cui le fiere non saranno più nemiche. È l’eco del paradiso perduto e ritrovato, che la figura di Cristo, nuovo Adamo, riporta all’orizzonte.

Renzo Infante, in un suo studio, specifica che l’agiografia ha operato una “conservazione dinamica”: ha ereditato motivi antichi, li ha piegati alle esigenze del culto e della catechesi, ma senza cancellarne del tutto la forza. Gli dèi hanno cambiato nome, ma il mito continua ad abitare il mondo. E anche se oggi sembra lontano, basta guardare alla letteratura contemporanea per accorgersi che creature simboliche e animali-guida popolano ancora l’immaginario collettivo: dal Signore degli Anelli a Harry Potter, fino alle Cronache di Narnia.

Gli uomini, in fondo, non hanno smesso di cercare segnali oltre l’umano. E la Capitanata, con le sue leggende di buoi inginocchiati e cervi sfuggenti, rimane una terra in cui il sacro si rivela attraverso il passo di una bestia, come se il confine tra mito e fede fosse ancora, ostinatamente, poroso.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

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