Un palo di 30 metri sul Porto,un altro schiaffo alla città

, ' Nel porto di Manfredonia sta per essere piantato un palo alto trenta metri, frutto di un’autorizzazione rilasciata in ambito ZES.

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Nel porto di Manfredonia sta per essere piantato un palo alto trenta metri, frutto di un’autorizzazione rilasciata in ambito ZES. Sulla carta è una semplice infrastruttura tecnologica, in realtà è il simbolo di un modo di decidere che scavalca la città e i suoi diritti.

Ho letto con attenzione il provvedimento che consente l’installazione di questa struttura privata nell’area del molo di Ponente. È l’ennesimo atto che arriva dall’alto, rivendicato in nome della “semplificazione” e dello “sviluppo”, ma che lascia sul campo più domande che risposte.

L’autorizzazione unica ZES, in teoria, dovrebbe servire ad accelerare interventi strategici, capaci di portare lavoro, innovazione, opportunità. Qui, invece, sembra costruita su misura per un singolo operatore, senza che sia mai spiegato davvero quale beneficio concreto ne ricavi la comunità di Manfredonia. L’etichetta “ZES” diventa una specie di scudo procedurale, dietro cui si nasconde un uso molto disinvolto del potere autorizzativo.

C’è poi il nodo, delicatissimo, delle tutele urbanistiche e paesaggistiche. Il porto non è un recinto separato dal resto della città: è parte del suo paesaggio, della sua storia, della sua vocazione turistica e produttiva. Eppure, con questo atto, la procedura ordinaria che passa dal Comune e dalla Soprintendenza viene compressa e superata, come se l’autorizzazione ZES potesse automaticamente “sanare” qualsiasi dubbio. Il risultato è che un palo di trenta metri viene calato nel cuore del waterfront senza un vero confronto pubblico su impatto visivo, coerenza con la pianificazione, effetti sull’immagine della città.

Ma la criticità forse più grave riguarda la tutela della salute e dell’ambiente. Parliamo di una stazione radio base, quindi di un impianto che comporta emissioni elettromagnetiche in un’area sensibile, vicina all’abitato. In un contesto del genere sarebbe naturale aspettarsi un parere chiaro, motivato e rassicurante da parte di ARPA Puglia. Invece, nel provvedimento non c’è alcun atto espresso di ARPA: si prende atto soltanto del silenzio dell’ente nei termini e lo si trasforma in assenso tacito.

Formalmente la legge lo consente, ma sostanzialmente questo significa una cosa semplice: su un impianto che tocca la salute delle persone si è ritenuto sufficiente il silenzio di chi dovrebbe controllare. Nessuna valutazione tecnica resa pubblica, nessuna spiegazione sulle condizioni, nessuna parola spendibile per rassicurare i cittadini. È un salto indietro sul terreno del principio di precauzione e della trasparenza.

In altre parole, si invoca la “legalità” perché il procedimento è stato chiuso nei tempi, ma si rinuncia alla legalità sostanziale, quella che passa attraverso controlli reali, pareri argomentati e responsabilità esplicite. E chi vive sotto quel palo, o a poche decine di metri dall’impianto, dovrebbe fidarsi sulla parola.
Anche sul piano interno dell’istruttoria non mancano le stonature.

Dagli atti emergono riserve tecniche, richieste di chiarimento, condizioni che avrebbero imposto più prudenza e maggiore chiarezza. Nel dispositivo finale, però, tutto si scioglie in una formula generica: “sussistono le condizioni”. Non si spiega perché certe osservazioni sarebbero state superate, né in che modo siano stati valutati rischi, alternative e possibili scenari futuri del porto. È il classico copia-incolla burocratico che rende l’atto formalmente completo e politicamente fragile.

C’è infine il rapporto tra pubblico e privato. Una porzione di area portuale, bene scarso e strategico, viene concessa per anni a un soggetto privato a condizioni economiche favorevoli, senza che si veda traccia di un vero confronto tra possibili usi alternativi dell’area o tra diversi operatori. Non sappiamo se siano state considerate altre localizzazioni meno impattanti, né se siano state percorse strade più equilibrate in termini di ritorno per la comunità.

In tutto questo, il Comune di Manfredonia e la città restano in fondo alla fila. Il Consiglio comunale non è stato messo nella condizione di discutere davvero il destino del proprio porto; i cittadini vedono comparire un palo di trenta metri come un fatto compiuto, con la solita rassicurazione: “è tutto regolare”. Ma un atto può essere formalmente regolare e nello stesso tempo profondamente sbagliato nel merito, soprattutto quando incide su paesaggio, salute e futuro di una comunità.

Per queste ragioni ritengo che questo provvedimento non possa passare sotto silenzio.
Non è una battaglia contro la tecnologia, né contro lo sviluppo, ma contro un’idea di sviluppo calata dall’alto, opaca, centrata sugli interessi di pochi e indifferente alla voce della città.
È arrivato il momento di costruire una opposizione civile: ferma, documentata, capace di parlare sia il linguaggio dei cittadini sia quello del diritto. Un’opposizione che chieda trasparenza sugli atti, pareri espressi e non solo silenzi trasformati in assensi, valutazioni vere sull’impatto sanitario e ambientale, coinvolgimento reale dei rappresentanti locali.

Perché Manfredonia non è un semplice perimetro ZES su una mappa ministeriale.
È una comunità che ha diritto di sapere che cosa si pianta nel proprio porto, quali rischi comporta, chi ne trae vantaggio e chi ne paga il prezzo, oggi e domani.

Scrive Angelo Riccardi su fb

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